Oro Bankitalia, nessun trasferimento: dove sono davvero le riserve

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La Banca d'Italia non ha spostato nemmeno un lingotto. Mentre altre banche centrali europee rivedono le proprie strategie di custodia alla luce di uno scenario internazionale sempre più frammentato, l'istituto guidato da Fabio Panetta ha voluto mettere un punto fermo su una questione che periodicamente riaffiora nel dibattito economico e politico del nostro Paese: il patrimonio aureo nazionale, custodito in gran parte oltre confine, non è stato oggetto di alcuna operazione di trasferimento o rimpatrio.

La precisazione, arrivata direttamente dagli uffici di via Nazionale, segue l'annuncio della banca centrale olandese che ha deciso di riposizionare una parte consistente delle proprie riserve, spostando oltre 86 tonnellate dagli Stati Uniti e dal Canada verso il Regno Unito e i Paesi Bassi, una mossa giustificata con la crescente instabilità geopolitica e la necessità di disporre del metallo prezioso in tempi più rapidi in caso di gravi crisi internazionali.

Il chiarimento di Bankitalia e la scelta olandese

La vicenda ha riacceso i riflettori sulle modalità di conservazione dell'oro italiano, che ammonta a oltre 2.451 tonnellate, collocandosi al terzo posto nel mondo dopo Stati Uniti e Germania. La De Nederlandsche Bank (Dnb) ha giustificato il trasferimento di circa 86 tonnellate, una frazione significativa delle sue riserve, con l'obiettivo di ottimizzare la gestione del metallo in un contesto di tensioni internazionali crescenti, dalle guerre in Ucraina e Medio Oriente alle frizioni commerciali tra le grandi potenze.

Londra, in questo quadro, rimane un hub logistico di primaria importanza grazie alla profondità del suo mercato over-the-counter e alla presenza delle principali raffinerie e camere di compensazione. L'operazione olandese, tuttavia, non costituisce una vendita né un abbandono definitivo degli Stati Uniti come piazza di riferimento, quanto piuttosto un riposizionamento tattico che altre autorità monetarie stanno valutando, seppur con tempistiche e modalità diverse.

L'Italia, però, per ora resta ferma: la Banca d'Italia ha ribadito con chiarezza all'Ansa che non è stato effettuato alcun trasferimento dell'oro custodito all'estero, smentendo quindi qualsiasi voce circa un possibile rientro del metallo prezioso nel nostro Paese.

La distribuzione geografica delle riserve auree italiane

Per comprendere l'importanza della precisazione di Bankitalia, occorre ricordare dove sono effettivamente conservate le riserve auree nazionali. Circa il 43% del totale, pari a più di 1.000 tonnellate, è custodito negli Stati Uniti, principalmente presso i depositi della Federal Reserve a New York, una scelta che risale all'epoca della Guerra Fredda e alla volontà di garantire la massima sicurezza in un contesto di contrapposizione tra i blocchi.

Una quota rilevante, stimata intorno al 30%, si trova in Svizzera, mentre la restante parte è suddivisa tra il Regno Unito, dove Londra costituisce il più grande mercato fisico dell'oro al mondo, e le riserve detenute direttamente in Italia presso la sede centrale di via Nazionale a Roma, che custodisce la fetta più visibile ma non la maggioranza del patrimonio.

Questa frammentazione geografica, che potrebbe apparire sorprendente a un osservatore non esperto, risponde in realtà a criteri di diversificazione del rischio e di efficienza operativa, considerato che buona parte delle operazioni di compravendita e dei prestiti in oro avvengono proprio sui mercati anglosassoni e svizzeri.

La decisione olandese di spostare parte dell'oro a Londra, piuttosto che ad Amsterdam, conferma del resto come la piazza britannica mantenga un ruolo insostituibile per le banche centrali che vogliono monetizzare rapidamente le proprie riserve o utilizzarle come garanzia in operazioni di finanziamento.

Il dibattito sulla proprietà e la legge di Bilancio 2026

Il nodo della custodia si intreccia in Italia con un'altra questione, di natura giuridica e politica, che ha animato il dibattito parlamentare e accademico dello scorso autunno. Il lettore attento ricorderà la disposizione contenuta nella legge di Bilancio per il 2026, l'articolo uno, comma due, che recita testualmente: "Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d'Italia, come iscritte nel proprio bilancio, appartengono al Popolo italiano", con tanto di maiuscola voluta per sottolineare la solennità dell'affermazione.

Una norma che ha suscitato interpretazioni divergenti, tra chi vi ha letto una mera riaffermazione di un principio noto e chi, invece, ha ipotizzato possibili implicazioni in termini di controllo e di eventuale utilizzo del metallo prezioso per finalità di bilancio pubblico. Di fatto, la Banca d'Italia detiene l'oro in nome e per conto dello Stato, ma lo gestisce in autonomia nell'ambito delle proprie funzioni di banca centrale, e qualsiasi decisione relativa alla sua vendita o al suo trasferimento fisico richiederebbe un coordinamento tra il Tesoro e l'istituto di emissione.

La precisazione arrivata nei giorni scorsi, però, ha voluto circoscrivere il campo ai soli aspetti logistici: l'oro italiano non si è mosso, non è in viaggio verso nessun porto o caveau alternativo, e la ripartizione tra Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera e Italia rimane quella consolidata da decenni.

Perché le banche centrali custodiscono l'oro all'estero

La scelta di mantenere quote rilevanti di riserve auree fuori dai confini nazionali non è un'anomalia italiana, ma una prassi diffusa tra le principali economie occidentali, con l'eccezione di alcuni Paesi che negli ultimi anni hanno avviato programmi di rimpatrio sistematico, come la Germania che tra il 2013 e il 2017 ha riportato a Francoforte oltre 600 tonnellate custodite a New York e Parigi.

I motivi di questa distribuzione sono molteplici: innanzitutto la maggiore sicurezza offerta da depositi sotterranei progettati per resistere a eventi estremi, dagli attacchi militari ai disastri naturali; in secondo luogo la vicinanza ai mercati finanziari dove l'oro viene scambiato e utilizzato come collaterale, con Londra e New York che restano i due poli principali per la determinazione del prezzo e per le operazioni di prestito.

Non va poi dimenticato il fattore storico, con molti accordi di custodia siglati durante la Guerra Fredda o nei decenni successivi alla convertibilità del dollaro in oro, interrotta da Nixon nel 1971, che hanno creato una rete di relazioni e fiducia reciproca tra le banche centrali atlantiche.

Le recenti tensioni geopolitiche, con la guerra in Ucraina che ha portato al congelamento di una parte delle riserve russe detenute in Occidente, hanno però indotto alcune autorità monetarie a riconsiderare i rischi di concentrazione geografica, spingendo Paesi come i Paesi Bassi a ridurre l'esposizione verso gli Stati Uniti a favore di Londra, ritenuta più flessibile e meno esposta a eventuali misure di ritorsione.

L'Italia, per ora, osserva e non segue, confidando nella solidità degli accordi bilaterali e nella diversificazione già in atto, che vede una fetta importante dell'oro ancora su suolo americano ma con quote significative distribuite in tre Paesi diversi.

La precisazione di Bankitalia arriva dunque a spegnere sul nascere qualsiasi ipotesi di un movimento fisico del metallo prezioso, che avrebbe inevitabilmente comportato costi assicurativi e logistici rilevanti, oltre a possibili ripercussioni sul mercato internazionale data l'enorme quantità coinvolta. L'istituto di via Nazionale ha ribadito la piena fiducia nei propri partner storici per quanto riguarda la custodia, sottolineando al contempo che la gestione delle riserve auree rimane improntata ai criteri di massima prudenza e trasparenza, in linea con le migliori pratiche europee.

Resta aperto il dibattito sulla proprietà e sul significato politico di quella "appartenenza al Popolo italiano" sancita dalla legge di Bilancio, ma sul piano concreto, quello dei lingotti fisici custoditi nei caveau di New York, Londra, Berna e Roma, nulla è cambiato e nulla, almeno per ora, sembra destinato a cambiare.

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