Il mare della decima puntata inghiotte Matteo Lee: pagelle e addio tra le stelle di Ángel León e i tortellini dei giudici

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La cucina di MasterChef, si sa, non perdona leggerezze o tentennamenti: lo ha imparato a proprie spese Matteo Lee, il ventisettenne di Bologna che nella decima puntata della quindicesima edizione – quella andata in onda giovedì 12 febbraio in esclusiva su Sky e in streaming su NOW – ha dovuto riconsegnare il grembiule bianco dopo un duello finale di quelli che lasciano il segno, non solo per la difficoltà tecnica degli ingredienti marini proposti dall’ospite Ángel León, tre stelle Michelin di Aponiente, ma anche per la sportività con cui il giovane, soprannominato il Dottore per la sua calma analitica, ha affrontato l’avversario Niccolò Mazzanti -1-2. Erano sette, i concorrenti, all’alba della puntata: Carlotta Bertin, la venticinquenne di Candelo capace di vincere la Mystery Box con un involtino di pak choi e tofu che ha ricordato alla campionessa Anna Zhang i sapori di casa; Alessandro Segantini, l’odontoiatra genovese che continua a dedicare piatti alla figlia Francesca; Dounia Zirari, l’OSS ventottenne di origine marocchina; i tre Matte – Rinaldi, Canzi e Lee, appunto – e Niccolò -4-8.

Se Carlotta, con quel suo “Azzardo” premiato dall’immunità, si è guadagnata un nove pieno nelle pagelle informali che circolano tra gli appassionati – regina indiscussa di una serata che l’ha vista osservare le sorti dei compagni dalla balconata – è stato Matteo Rinaldi, il graphic designer bergamasco dalla determinazione folle, a strappare un otto per la strategia e per aver vinto l’Invention Test, quello in cui i giudici Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli hanno indossato le giacche bianche per cucinare insieme a sei mani un piccione in tre cotture accompagnato da tortellini ripieni di frattaglie -2-5. Rinaldi, nonostante lo svantaggio accumulato per essersi autoproclamato migliore nella prova precedente senza poi vincere, ha replicato il piatto con tale perizia da strappare un commento di Cannavacciuolo che già lo invitava a pensare al menu per la finale; e, forte di quel trionfo, ha ottenuto il potere di penalizzare un avversario nello Skill Test, scegliendo Matteo Canzi – detto Teo – per i primi dieci minuti di immobilismo, una mossa che l’astuto bergamasco ha giustificato come un tentativo di mettere un ostacolo sul percorso di un rivale in fase di risalita -5.

Dounia, invece, è scivolata su un cinque stentato: il suo risotto al plancton marino, nella prima parte dello Skill Test dedicato al mare di León, è stato definito “sporco” e con il riso crudo, una disattenzione che per una concorrente giunta fin qui suona quasi come una bocciatura tecnica senza appello, sebbene poi si sia parzialmente riscattata nella seconda fase -2. Ma il vero dramma, quello che ha prosciugato l’aria in studio, è maturato lontano dai risotti insipidi di Matteo Rinaldi – promosso solo in extremis – e dalle triglie con sale vivo di Alessandro, il papà ottuano che ha commosso Ángel León con una dedica al figlio Luca e una cottura elegante -2. Per Matteo Lee, quello che i giudici hanno definito un “piatto da ospedale” nella prova della bioluminescenza – neutro, asciutto, privo di quella cazzimma che a questi livelli separa i sognatori dai vincitori – è stato il preludio al capolinea -1. Il duello finale contro Niccolò, rientrato in gioco dopo essere stato graziato all’Invention Test nonostante i tortellini crudi e la salsa amara, si è giocato su ingredienti proibitivi: pelle di murena, squame di pesce, salsiccia e guanciale di mare, e poi la zostera, quel cereale sottomarino scoperto dallo chef spagnolo -2.

Niccolò, con un piatto battezzato “Ci vuole un fegato così” – incentrato sul fegato di rana pescatrice scottato – ha ricevuto da Cannavacciuolo il complimento più pesante: «il più buono mangiato fino a qui» -2. E Lee, che pure aveva affrontato il Pressure Test con dignità e spirito di squadra, aiutando l’avversario a cucinare ad armi pari, ha dovuto arrendersi a una diagnosi impietosa: il suo piatto a base di zostera era troppo asciutto, privo di quella profondità emotiva e tecnica che il mare di Cadice esigeva -1. Le lacrime, in balconata, non sono bastate a trattenerlo. Alessandro, Carlotta, Dounia, Matteo Canzi e Matteo Rinaldi – insieme al carnefice Niccolò – sono ora i sei che vedono avvicinarsi la semifinale, mentre il vuoto lasciato dal Dottore, quel ragazzo bilingue cresciuto a Bologna che confidava di non essere abituato agli abbracci, racconta meglio di qualsiasi pagella quanto sia sottile il confine tra l’essere favoriti e l’essere dimenticati -1-2.

La nostalgia di Anna Zhang e il ritorno alla sostanza

Prima che l’abisso marino di León inghiottisse ogni altra narrazione, la puntata si era aperta all’insegna di una dolcezza controllata: il ritorno di Anna Zhang, la vincitrice della quattordicesima edizione, che ha portato nella Mystery Box ingredienti dal forte valore identitario – daikon, lemongrass, colatura di alici, pak choi, longan – e ha chiesto ai sette aspiranti chef di cucinare con il cuore, senza tradire l’essenza di quei sapori che per lei raccontavano casa -5. Carlotta ha vinto perché ha saputo pensare fuori dagli schemi, e lo ha fatto con un piatto che non cercava la complessità fine a sé stessa; Alessandro e Matteo Rinaldi, che pure avevano osato alzare la mano per dichiararsi i migliori, hanno pagato l’azzardo con uno svantaggio nell’Invention Test, ma solo il genovese ha rischiato grosso fin quasi a ritrovarsi sul filo del rasoio, salvato in extremis da una prova successiva che gli ha restituito smalto -5.

I tortellini dei giudici e la forma perfetta di Teo

L’Invention Test a sei mani è stato un unicum nella storia del programma: vedere Barbieri impastare, Locatelli disossare il piccione e Cannavacciuolo mantecare salse ha regalato ai concorrenti – e al pubblico – una lezione di cucina totale, ma anche una trappola -5. Perché replicare un piatto firmato da tre stelle non è solo questione di tecnica, ma di sintesi. Matteo Canzi, nonostante i dieci minuti di penalità inflittigli da Rinaldi, ha mostrato una mano felice sui tortellini, ricevendo elogi per la forma quasi perfetta; Dounia, al contrario, ha visto la sua salsa ridursi a un bigné al cioccolato, un errore banale che in una prova del genere pesa come un macigno -5. Niccolò, con i tortellini crudi e il piccione amaro, era spacciato, eppure i giudici hanno deciso di concedergli un’altra chance: una clemenza che, a conti fatti, si è rivelata fatale per Matteo Lee, perché senza quella riammissione non ci sarebbe stato il duello finale -2.

Il sale vivo e la bioluminescenza: quando l’innovazione taglia le gambe

Ángel León non è un ospite qualunque: il suo ristorante Aponiente a Cadice è un laboratorio a cielo aperto dove il mare diventa farina, cereale, luce -2. La tecnica del sale vivo, quella che trasforma l’acqua in cristalli davanti agli occhi dei concorrenti, è parsa a molti una magia, ma per Matteo Lee si è tradotta in un’enèsima insidia. Il suo piatto nella seconda fase dello Skill Test non parlava, non raccontava nulla, e le parole di Barbieri – «è un piatto da ospedale» – hanno suonato come una sentenza senza appello -2. Il fatto che Lee avesse collaborato con Niccolò, mostrando una sportività rara, non ha addolcito il giudizio: in fondo al mare non esistono amicizie, solo sopravvivenza. E così il ragazzo che era partito tra i favoriti, forte di un percorso lineare e di una cultura culinaria che mescolava Oriente e Occidente, ha lasciato il grembiule tra le lacrime di compagni e giudici, portando con sé quella frase – «non sono abituato agli abbracci a casa, li ho scoperti qui» – che resterà come epitaffio della sua avventura -1.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.