Trump riaccende la guerra dei dazi, mentre l’Europa cerca una via per l’autonomia tecnologica
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Redazione Esteri
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C’era un tempo in cui delocalizzare la produzione era considerato inevitabile, se non addirittura virtuoso. Un’epoca in cui la competitività si misurava in base al ribasso dei salari e alla flessibilità dei diritti, mentre le esportazioni venivano celebrate come unico motore dell’economia. Era il mantra della globalizzazione, presentata come un fenomeno inarrestabile, quasi una legge di natura. Oggi, però, quel modello mostra crepe sempre più profonde, e le recenti mosse di Donald Trump – con l’annuncio di nuovi dazi sulle importazioni dall’Europa – riportano alla luce contraddizioni mai davvero risolte.
La decisione dell’amministrazione americana, che entrerà in vigore nei prossimi giorni, ha riaperto un dibattito che va oltre la semplice contrapposizione commerciale. Al centro c’è la questione della sovranità digitale europea, ovvero la capacità del Vecchio Continente di sviluppare tecnologie autonome, competitive e svincolate da condizionamenti esterni. Purché, naturalmente, queste alternative siano all’altezza in termini di innovazione e accessibilità. Un obiettivo ambizioso, che richiederebbe investimenti massicci e una cooperazione tra Stati membri finora latitante.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Carlo Calenda, intervenuto nel dibattito, ha definito la situazione "devastante", auspicando che l’Ue risponda con misure analoghe contro le big tech statunitensi. Ma c’è chi, come Roberto Papetti, direttore del Gazzettino, guarda con scetticismo alla retorica di Trump, interpretandola più come una mossa propagandistica che come una reale strategia economica. "Sembra ancora in campagna elettorale", ha osservato, sottolineando però che i dazi sono una misura concreta, destinata a produrre effetti tangibili.
La polemica si è spostata anche sul piano storico. Un lettore, Luigi Barbieri, ha ironizzato sulle accuse di Trump, secondo cui l’Europa avrebbe "derubato" gli Usa per decenni: "Ma i suoi predecessori dove erano? Mi verrebbe da dire che erano complici". E tra questi, ha ricordato, c’era anche lo stesso Trump durante il suo primo mandato. Una provocazione che tocca un nervo scoperto: quello di un’America che, dopo aver plasmato l’ordine globale post-1945, sembra oggi tentata dall’isolazionismo.
Cristiano Puglisi, nel suo blog, invita a distinguere tra la performance mediatica – il cosiddetto politainment – e la sostanza della politica estera americana. Perché se è vero che Trump ama annunci shock e semplificazioni ad effetto, è altrettanto vero che gli Stati Uniti non hanno affatto rinunciato alla loro egemonia. Semmai, la stanno ridefinendo con metodi più spregiudicati




