Bolivia al voto dopo vent'anni di socialismo, la destra pronta a chiudere l'era Morales

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Bolivia, stretta nella morsa di una crisi economica che ha prosciugato le riserve di dollari e fatto schizzare l’inflazione verso il 25%, si prepara a votare domenica 17 agosto in elezioni che potrebbero segnare la fine del ciclo politico avviato vent’anni fa dall’ex presidente Evo Morales. Con carenze di carburante e beni di prima necessità, l’attenzione degli 11,3 milioni di boliviani è concentrata sui prezzi e sulla stabilità, mentre i sondaggi dipingono un panorama in cui la sinistra – divisa e logorata da faide interne – rischia di scomparire dalla scena.

Morales, rifugiato nella regione di Cochabamba sotto la protezione dei suoi sostenitori per sfuggire a un mandato di arresto legato a un caso di tratta di esseri umani, accusa il Movimiento al Socialismo (Mas), oggi guidato dal presidente uscente Luis Arce e dal candidato Eduardo del Castillo, di aver tradito i principi originari. "Sono riusciti a ottenere appena il 3% dei consensi", ha dichiarato, riferendosi alla soglia necessaria per mantenere lo status legale del partito. Una previsione che, se confermata, rappresenterebbe un crollo senza precedenti per la formazione che ha dominato la politica boliviana per due decenni.

Arce, un tempo alleato di Morales, ha rinunciato a ricandidarsi, lasciando il campo a una competizione tutta giocata sull’asse conservatore. Tra i progressisti, l’unico nome rilevante è quello di Andrónico Rodríguez, presidente del Senato e considerato un tempo il delfino dell’ex presidente, ora relegato al quinto posto nei sondaggi con un misero 5-7%. La sua campagna, partita con slancio, si è progressivamente indebolita a causa della mancanza di proposte concrete e di scelte controverse, come la nomina a vice di Mariana Prado, figura osteggiata da parte dell’elettorato femminile per aver testimoniato a favore dell’ex fidanzato William Kushner, condannato per femminicidio

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