L’affare dei rimpatri bloccati e la “follia” costituzionale dei 70 milioni agli avvocati

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il meccanismo, del resto, è sempre uguale: dentro i Centri di Permanenza per i Rimpatri (Cpr), un immigrato colpito da decreto di espulsione per pericolosità sociale – magari un assassino, un rapinatore o uno spacciatore – mostra inizialmente un interesse di facciata verso il programma di rimpatrio volontario assistito, che gli metterebbe in tasca circa duemila euro per tornarsene a casa. Poi, però, arriva il colloquio con il legale, quasi sempre un “avvocato rosso” di sinistra, come vengono definiti da chi segue il fenomeno, e la musica cambia: il professionista, pagato dallo Stato grazie al meccanismo del gratuito patrocinio, lo convince a ritirare la richiesta e a presentare invece ricorso, un’impugnativa a cui – particolare non da poco – i magistrati, spesso, danno seguito. Il risultato finale, fotografato da casi emblematici come quello di un tunisino di 23 anni arrivato in Italia da minorenne e poi condannato per rapina, è la permanenza sul territorio nazionale di individui già dichiarati “espellibili”, che preferiscono il contenzioso alla ripartenza.

Il “pizzo” della legalità e la beffa dei 70 milioni

Non è un semplice inceppo burocratico, né una casuale lentezza delle macchine statali; è una filiera ben oliata che trasforma la difesa dei diritti in un affare. Il punto dolente, quello che fa definire “follia” l’impianto attuale da parte dei sostenitori della linea dura, è la disparità di trattamento economico verso gli stessi legali. Ogni anno, lo Stato italiano spende circa 70 milioni di euro in patrocini gratuiti per assistere i clandestini che vogliono restare. Cifre alla mano, si tratta di un giro d’affari notevole: solo nel biennio 2021-2022 sono stati stanziati 285 milioni per il gratuito patrocinio civile, e una fetta rilevante (decine di milioni) è finita nelle casse degli avvocati dell’immigrazione. E paradossalmente, mentre questa macchina spende per trattenere, pagare un professionista per agevolare il rimpatrio – magari con un compenso forfettario di 615 euro – viene ancora considerata un’anomalia o addirittura un rischio di “lesione del diritto di difesa”. I numeri parlano chiaro: a Caltanissetta, nel 2025, su 13 detenuti nei Cpr che avevano aderito in prima battuta al programma Ue, ben 10 hanno fatto marcia indietro dopo il colloquio con i legali. A Torino, lo stesso anno, il dato è stato persino più eclatante: zero su sette. E c’è di più: i flussi di denaro pubblico premiano l’ostruzionismo. Viene riportato addirittura il caso di un’avvocatessa capace di accumulare 291 pratiche di patrocinio gratuito in un solo anno, una sorta di “record” che testimonia come l’assistenza legale ai clandestini sia diventata una vera e propria industria.

Il business della clandestinità e la guerra sulle norme

Non si tratta soltanto di ideologia, dunque, ma di interessi concreti. Proprio questa indignazione selettiva, secondo alcuni osservatori, nasconde la difesa di una “torta” da 400 milioni di euro che ruota attorno al mondo dell’accoglienza e dell’assistenza straordinaria. La norma recentemente inserita nel decreto-legge “Sicurezza” dal governo – quella che mirava ad “arruolare” i legali nelle procedure di espulsione a patto che non si oppongano – ha scatenato le ire degli avvocati “collaborazionisti”. Ma il dato sostanziale, quello che sfugge al dibattito surriscaldato, è che l’intera struttura giudiziaria italiana è tarata per premiare chi blocca il provvedimento di allontanamento. Ogni singolo passaggio, dall’istanza di protezione internazionale – spesso respinta dalla commissione territoriale – al successivo ricorso al Tribunale con relativa sospensiva, diventa uno strumento dilatorio. Così, anche un cittadino tunisino di 56 anni, pregiudicato per spaccio, violenza e rapina, riesce a rimanere nel limbo giuridico italiano semplicemente cambiando idea sull’espulsione dopo la telefonata al proprio difensore. La remigrazione, in questo quadro, non conviene alle casse dello Stato esattamente perché incentiva il risultato contrario: è più redditizio, per il sistema, tenere i clandestini dentro i confini che rimandarli a casa.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.