Enea, prezzi di gas e luce ancora alle stelle: 70% e 100% rispetto al 2022. E la crisi mediorientale aggrava il quadro
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Redazione Economia
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Il dato, per certi versi atteso ma non per questo meno gravoso, arriva dall’ultima Analisi Enea sul sistema energetico italiano relativa all’intero 2025: il costo del gas segna un incremento del 70% rispetto al periodo che ha immediatamente preceduto la crisi energetica del 2022, mentre per l’elettricità il balzo raggiunge il 100%. Si tratta di livelli che, lungi dal riassorbirsi, si sono stabilizzati su una soglia strutturalmente alta, confermando come la fase acuta delle tensioni sui mercati non sia affatto un ricordo. Eppure, a preoccupare gli esperti – lo sottolinea senza mezzi termini il curatore dell’analisi – non è solo questa stagnazione dei prezzi, bensì l’innesto di una variabile geopolitica tutt’altra che trascurabile: la crisi mediorientale.
Lo Stretto di Hormuz e il nodo dell’approvvigionamento
A rendere il quadro particolarmente volatile è la situazione che si è andata cristallizzando attorno allo Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per una fetta non marginale delle forniture energetiche mondiali. Da quelle acque, lo ricordano i tecnici Enea, transita ancora il 6% del greggio e il 9% del gas naturale liquefatto (GNL) diretto in Europa. La chiusura, o anche solo una limitazione prolungata del transito – evenienza tutt’altro che remota alla luce degli ultimi sviluppi – produrrebbe un’impennata dei prezzi destinata a riflettersi immediatamente sulle bollette di famiglie e imprese. Non si tratta di uno scenario catastrofista, ma di una proiezione fondata sui meccanismi di mercato: qualsiasi strozzatura sull’offerta, in un sistema già teso, genera una reazione a catena.
Consumi ed emissioni fermi, rinnovabili in affanno
L’analisi Enea 2025 descrive un Paese sostanzialmente impantanato. I consumi energetici e le emissioni di CO2 si attestano sui medesimi valori dell’anno precedente, una stazionarietà che l’Agenzia definisce “in linea con quanto registrato nell’intera Unione Europea”. Tradotto: non si vedono né arretramenti significativi né, tantomeno, quei decisi passi avanti che sarebbero necessari per rispettare gli impegni climatici. Le fonti rinnovabili registrano un timido +1%, una crescita talmente esigua da non scalfire il divario accumulato rispetto agli obiettivi del Pniec (il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima). Quel divario, oggi, tocca il 20%. Un ritardo che non è solo un numero, ma il segnale di una transizione energetica italiana di fatto in stallo.
Un equilibrio fragile senza margini di manovra
La combinazione, pericolosa, è quella tra un’eredità pesante – i prezzi non sono mai tornati ai livelli pre-2022 – e l’affacciarsi di nuove minacce esterne. L’Italia, in questo frangente, si trova a dover fare i conti con una doppia vulnerabilità: da un lato la dipendenza storica da fonti fossili importate, dall’altro la lentezza con cui si sviluppano le alternative interne. La lieve crescita delle rinnovabili, per quanto auspicabile, è ancora largamente insufficiente a garantire quella sicurezza energetica che sola potrebbe attenuare l’effetto di eventuali shock geopolitici. E mentre il Medio Oriente brucia, lo Stretto di Hormuz resta il termometro di una crisi che, da lontana, rischia di diventare quotidianissima.




