La tregua si allunga, Teheran vede una trappola. Il portacontainer “Epaminondas” nel mirino delle guardie iraniane

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È di fatto un atto di guerra quello messo a segno dalle Guardie della rivoluzione islamica nelle prime ore del mattino, quando un’unità navala ha aperto il fuoco – senza alcun preavviso via radio – contro la portacontainer “Epaminondas”, in transito a circa quindici miglia nautiche al largo delle coste dell’Oman. La nave, che batte bandiera liberiana, è di proprietà della compagnia greca Technomar Shipping e gestita da Msc; l’attacco, stando a quanto riferito dalla testata ellenica Kathimerini, ha provocato danni significativi al ponte di comando dell’imbarcazione, anche se l’intero equipaggio, va detto, è stato miracolosamente risparmiato e si trova in condizioni di sicurezza. L’incidente arriva in un momento di massima tensione diplomatica, proprio mentre il presidente americano Donald Trump – in carica ormai da più di un anno e nuovamente alla guida degli Stati Uniti – annunciava una proroga della tregua con Teheran, prolungando un cessate il fuoco che molti analisti davano ormai per prossimo al collasso.

Colloqui falliti a Islamabad e la spaccatura interna alla leadership iraniana

Sullo sfondo di queste scaramucce navali, che ricordano purtroppo le dinamiche della guerra per procura già viste in passato nello Stretto di Hormuz, si consuma il fallimento dei negoziati mediati dal Pakistan. Fonti giornalistiche raccontano di una leadership iraniana spaccata, impegnata in un dibattito aspro e segreto su come controbattere alle pressioni dell’amministrazione americana; da una parte, sembrerebbero esserci le frange più intransigenti, vicine al nucleo duro delle Guardie della Rivoluzione, che si sono rifiutate di offrire qualsiasi concessione agli Stati Uniti, mentre dall’altra si fa strada una linea più pragmatica, che vorrebbe evitare il baratro di una guerra totale. La televisione di Stato di Teheran ha infatti riferito che l’Iran ha “respinto le condizioni statunitensi per i negoziati”, bollando la proroga della tregua voluta da Trump come un mero “stratagemma per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa”. È stata questa l’accusa, piuttosto pesante, lanciata dal consigliere iraniano Ghalibaf, il quale vede nella sospensione delle ostilità una sorta di trappola ordita dall’amministrazione repubblicana.

La nave “Epaminondas” e il fallimento della missione di Vance in Pakistan

L’attacco alla “Epaminondas” – avvenuto quando ormai la tregua era stata tecnicamente estesa – rappresenta una violazione lampante dello spirito del cessate il fuoco, se non proprio della sua lettera, e getta un’ombra lugubre sui tentativi di mediazione portati avanti da Islamabad. Nonostante Trump avesse annunciato su Truth Social la volontà di sospendere l’attacco su larga scala all’Iran, la situazione rimane esplosiva: il presidente americano ha parlato apertamente di “collasso finanziario” per il paese degli Ayatollah, minacciando conseguenze durissime se non verrà raggiunto un accordo. A complicare ulteriormente il quadro, c’è l’annullamento dell’atteso viaggio del vicepresidente Vance in Pakistan, un segnale che molti interpretano come un arretramento tattico degli Stati Uniti, i quali forse vogliono prendere le distanze da una mediazione che rischia di rivelarsi un vicolo cieco. La decisione di Vance di rinviare la missione, unita alla durezza delle dichiarazioni di Teheran – che parla di “trappola” a proposito della tregua – fa temere che lo stallo diplomatico sia destinato a durare ancora a lungo.

L’asse Pakistan-Usa e le nuove condizioni sul tavolo delle trattative

Sul fronte puramente diplomatico, Trump ha comunque ottenuto un risultato non trascurabile: la richiesta formale di sospensione dell’attacco all’Iran è arrivata direttamente dal feldmaresciallo Asim Munir e dal primo ministro Shehbaz Sharif, leader del Pakistan. I due, preoccupati per le ripercussioni di una escalation generalizzata nell’area, hanno chiesto espressamente a Washington di attendere la presentazione di una “proposta unitaria” da parte dei leader iraniani; una mossa che lega indissolubilmente le sorti della regione alla capacità di Teheran di ricompattarsi. Nel frattempo, l’attenzione resta concentrata sullo Stretto di Hormuz, dove il “superpotere” dell’Iran (come è stato definito dall’analista Vaez) potrebbe essere utilizzato come leva per la ricostruzione del paese o, al contrario, come grilletto per una nuova, devastante ondata di violenza. Con l’ora più buia che sembra addensarsi sul mandato di Trump, lo spettro del fallimento alla Jimmy Carter aleggia sulla Casa Bianca, in attesa della risposta definitiva di Khamenei all’ultima proposta negoziale.

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