L’Iran ai Mondiali, la certezza di Infantino tra geopolitica e nuove alleanze
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Redazione Sport
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Seduto a sinistra del palco, accanto a un presidente americano che parla di pace mentre il mondo va a fuoco, Gianni Infantino ascolta l’applauso composto di una sala dove la diplomazia si mescola al business. L’immagine, già di per sé un concentrato di simboli, racconta la direzione che la Fifa ha scelto di seguire: quella di un calcio che, quando gli fa comodo, sa giocare su tutti i campi, anche quelli minati. Pochi giorni dopo quell’apparizione accanto a Donald Trump – oggi nuovamente alla Casa Bianca – per la presentazione del “Board of Peace”, il numero uno del calcio mondiale ha ribadito con forza un concetto che sembrava scontato fino a un mese fa, ma che la guerra in Medio Oriente aveva messo in discussione: l’Iran sarà al Mondiale del 2026 e giocherà dove stabilito dal sorteggio, ovvero negli Stati Uniti.
La conferma è arrivata in Turchia, ad Antalya, dove Infantino si è presentato a sorpresa per assistere all’amichevole tra Iran e Costa Rica. Un gesto, la sua presenza fisica, che vale più di mille comunicati ufficiali. "L'Iran sarà ai Mondiali, e le partite si giocheranno dove previsto", ha detto durante l'intervallo, rispondendo di fatto a settimane di dubbi e trattative sotterranee. La federazione iraniana aveva infatti chiesto di spostare le proprie gare in Messico, citando le evidenti tensioni con gli Stati Uniti, diventati a tutti gli effetti teatro di un conflitto aperto dopo i raid aerei del 28 febbraio che hanno scosso la regione. Ma per Infantino non ci sono piani alternativi: nessun “piano B, C o D”, solo il “piano A”.
Un gesto che non cambia la realtà del campo
Mentre il presidente della Fifa parlava di regole e calendari, sugli spalti vuoti dello stadio di Antalya accadeva qualcosa che ha restituito concretezza a quelle tensioni dimenticate dai salotti del potere. I calciatori iraniani, schierati per l’inno nazionale, hanno mostrato le foto dei bambini uccisi nel raid aereo sulla scuola di Minab – un’azione che ha causato oltre centosettanta vittime tra studenti e insegnanti – insieme a immagini di ospedali e monumenti storici danneggiati. Una protesta silenziosa, ma potentissima, che ha trasformato un’amichevole in un atto politico. Poco prima, il vicepresidente della federazione di Teheran, Mehdi Muhammed Nabi, aveva chiarito la posizione ufficiale: “Rispettiamo le regole della Fifa e giocheremo dove deciderà lei, che siano Stati Uniti, Messico o Canada”.
Sul piano sportivo, l’Iran ha poi travolto la Costa Rica con un netto 5-0, impreziosito dalla doppietta dell’ex interista Mehdi Taremi. Un risultato che conferma la solidità di una squadra che Infantino stesso ha definito “molto, molto forte”. Ma al di là del punteggio, la presenza del presidente della Fifa in Turchia – lui che normalmente partecipa solo agli eventi di massimo richiamo – è stata interpretata come il segnale più chiaro che non ci sarà alcun boicottaggio. L’Iran, nonostante le parole dure di Donald Trump (“sono i benvenuti, ma meglio se non vengono per la loro stessa incolumità”), scenderà in campo a Los Angeles contro Belgio e Nuova Zelanda, e a Seattle contro l’Egitto.
La svolta diplomatica del Board of Peace
La fermezza di Infantino sul fronte iraniano si inserisce in un quadro più ampio di riallineamento geopolitico del calcio mondiale. L’alleanza con la nuova amministrazione americana è diventata strutturale con la nascita del “Board of Peace”, l’organismo voluto da Trump a cui la Fifa ha aderito formalmente. L’obiettivo dichiarato è la ricostruzione di Gaza attraverso il calcio: un piano faraonico che prevede la costruzione di cinquanta mini-campi, cinque campi a grandezza naturale, un’accademia e persino uno stadio nazionale da ventimila posti, il tutto finanziato da un fondo di investimenti internazionali a cui hanno aderito anche paesi del Golfo come Qatar e Arabia Saudita.
In questo contesto, la sovrapposizione temporale tra l’attacco a Minab e l’annuncio del partenariato con il Board of Peace ha creato un cortocircuito diplomatico che Infantino ha gestito con il pragmatismo che lo contraddistingue. Da un lato, la Fifa ha respinto le richieste dell’Iran di spostare le partite; dall’altro, ha scelto di non prendere posizione sulle denunce formali della federazione palestinese contro Israele. “La Fifa non può risolvere i conflitti geopolitici”, ha ripetuto Infantino. Una frase che suona quasi come un mantra, ma che nei fatti si traduce in una precisa strategia: tenere il calcio dentro l’agone politico, ma schierandosi dalla parte di chi può garantire visibilità e risorse.
Le incertezze superate, il calendario resta invariato
Il percorso che ha portato a questa certezza è stato tortuoso. A marzo, il ministro dello sport iraniano Ahmad Donyamali aveva dichiarato che il paese non era in condizione di partecipare al torneo, alimentando lo scenario di un forfait che avrebbe sconvolto il tabellone dei gironi. La richiesta di trasferire le gare in Messico aveva trovato anzi un’apertura da parte della presidente messicana Claudia Sheinbaum, che si era dichiarata pronta a ospitare le partite. Ma la Fifa ha tenuto duro, consapevole che cedere su questo punto avrebbe aperto un precedente pericoloso in un Mondiale a tre nazioni già complesso di suo.
Le parole di Infantino ad Antalya hanno dunque messo fine a ogni speculazione. “Sono felice perché ho visto la squadra, ho parlato con i giocatori e l’allenatore, va tutto bene”. Una rassicurazione che suona quasi come un endorsement personale. E mentre in campo i giocatori iraniani tenevano in mano i cartelli con i volti dei bambini di Minab, fuori dal rettangolo verde si materializzava la nuova architettura di potere che vedrà il calcio giocarsi un ruolo da protagonista nella ricostruzione post-bellica. Con Trump in tribuna (virtualmente) e Infantino in prima linea, il Mondiale americano si preannuncia come un evento in cui il confine tra sport e diplomazia sarà più sfumato che mai.




