L’addio a Jacopo Camagni, il disegnatore che portò il tratto italiano da Lupin III alla Marvel, stroncato a 48 anni da un intervento al cuore
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il mondo del fumetto, quello vero fatto di china e matita, si è fermato domenica nel apprender la notizia, diffusa poi da testate come Sky TG24 e ripresa da edicolanti e appassionati sui social, della scomparsa di Jacopo Camagni. Il disegnatore bolognese, nato il 21 dicembre del 1977, non ce l’ha fatta a superare le complicanze insorte dopo un’operazione cardiaca alla quale era stato sottoposto; il suo cuore, quella mattina del primo marzo, ha smesso di battere per sempre, lasciando un vuoto incolmabile non solo tra le mura di casa ma anche negli uffici di Panini Comics e della “Casa delle Idee” americana, la Marvel, per cui aveva lavorato per anni. Aveva solo quarantotto anni, e una carriera che in quasi tre decenni aveva attraversato generi, confini e linguaggi, riuscendo nell’impresa, tutt’altro che scontata per un autore italiano, di lasciare un’impronta personale e riconoscibile su personaggi iconici come Occhio di Falco, Deadpool e gli X-Men.
Dalla bottega di Venturi alla supervisione di Monkey Punch
Il suo esordio, come spesso accade per i grandi talenti, avvenne in sordina ma con un’occasione d’oro. Era il 1998 quando Camagni, dopo aver mosso i primi passi nella bottega di Andrea Venturi a Bologna, si trovò tra le mani la possibilità di disegnare una graphic novel originale dedicata a Lupin III, il ladro gentiluomo creato da Monkey Punch. Non si trattava di una semplice operazione commerciale: l’albo, inserito nel progetto “Lupin III Millennium” per Kappa Edizioni, venne realizzato sotto la diretta supervisione del sensei giapponese, un sigillo di qualità che pochi autori occidentali possono vantare. L’esperimento, che mescolava lo stile nipponico con la scuola fumettistica emiliana, funzionò, e per Camagni fu la prima spinta verso quell’internazionalizzazione che avrebbe segnato la sua carriera.
L’approdo alla Marvel e il dinamismo dei supereroi
Il salto oltreoceano, però, è datato 2008, un anno spartiacque per la sua vita professionale. In occasione del New York Comic-Con, la Marvel indisse il concorso “Chesterquest” per scovare nuovi talenti globali, e Jacopo Camagni fu tra i vincitori. Da quel momento, la sua matita entrò in pianta stabile nel vortice produttivo della major, cimentandosi con personaggi dal peso narrativo enorme. Disegnò Longshot, la spericolatezza di Occhio di Falco, e la follia irriverente di Deadpool, ma anche la potenza cosmica di Capitan Marvel e le tensioni etiche della squadra mutante degli X-Men, per poi misurarsi con l’epica di Star Wars nel ciclo dedicato a Kanan Jarrus. Il suo tratto, capace di coniugare il dinamismo dell’action americano con una certa pulizia formale europea, lo rese particolarmente adatto a gestire sia le tavole affollate di eroi che i momenti più intimi dei personaggi.
Nomen Omen e il sodalizio con Marco B. Bucci
Parallelamente al lavoro per le grandi major, Camagni non aveva mai smesso di coltivare il giardino di casa, dando vita a collaborazioni che gli permettevano di esprimere una creatività più personale e meno legata ai canoni supereroistici. Il sodalizio artistico e umano con lo sceneggiatore Marco B. Bucci, iniziato nei primi anni Duemila con la serie “Magna Veritas” per l’editore francese Soleil, trovò la sua massima espressione nel 2017 con “Nomen Omen”, un urban fantasy pubblicato da Panini Comics che mescolava mitologia, magia e una profonda ricerca sull’identità. Il successo dell’opera, proseguita poi con il sequel “Arcadia” e con la serie horror “Simulacri” per Bonelli, dimostrò quanto Camagni fosse a suo agio anche lontano dai riflettori di New York, costruendo mondi ex novo e collaborando a stretto contatto con lo sceneggiatore, in un continuo scambio di idee che lui stesso, in un’intervista, aveva definito il suo metodo ideale di lavoro. Un metodo che, come poche ore fa ha ricordato sui social il direttore di Panini Italia Marco Marcello Lupoi, lo rendeva un «compagno di viaggio» e un «visionario».




