Australia da incubo per la Turchia di Montella: il sogno mondiale di Calhanoglu e Yildiz si infrange su Beach

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La notte canadese di Vancouver, trasformata per l’occasione nel teatro calcistico del BC Place, ha regalato una lezione di pragmatismo spietato che pochi si sarebbero aspettati alla vigilia. La Turchia di Vincenzo Montella, quella che era tornata sul palcoscenico che mancava da ventiquattr'anni (dall’indimenticabile terzo posto del 2002 per l’esattezza), ha esordito nel Gruppo D con una sconfitta pesante, un 0-2 che rischia di lasciare il segno non solo in classifica ma anche nell’animo di una squadra costruita per sognare in grande.

A farne le spese, nonostante un possesso palla schiacciante che ha toccato punte del 71%, è stata proprio la formazione guidata dal tecnico italiano, messa al tappeto da due lampi di Nestory Irankunda e Connor Metcalfe e da una prestazione monumentale dell’esordiente Patrick Beach tra i pali. Per i "Socceroos", invece, è la prima vittoria all’esordio da vent'anni a questa parte, un successo costruito sulla concretezza e sul cinismo.

Il baby fenomeno Irankunda e l’incubo di un possesso sterile

Se c’è un dato che racchiude l’essenza di questa partita, è proprio il contrasto netto tra la quantità di gioco prodotta e la sua efficacia finale. La Turchia, schierata con i suoi gioielli, da Hakan Calhanoglu (indiscusso faro del centrocampo) al talentuoso Arda Güler, ha letteralmente accerchiato l’area australiana collezionando trenta tentativi complessivi, otto dei quali indirizzati verso lo specchio. Eppure, di fronte si ergeva un muro chiamato Patrick Beach.

Scelto dal ct Tony Popovic al posto del ben più esperto Mathew Ryan (decisione apparsa a molti come un azzardo e rivelatasi invece mossa da maestro), il giovane portiere ha messo a referto otto salvataggi decisivi, annullando di fatto le speranze turche. Dall’altra parte, l’Australia ha fatto la parte della volpe.

Bastano due tiri in porta (su nove totali) per costruire una vittoria: al 27’ Irankunda, classe 2006 in forza al Watford, ha sfruttato una respinta corta per infilarsi in area e battere il portiere con un rasoterra preciso, diventando così il marcatore più giovane nella storia australiana ai Mondiali. La sua esultanza, un pugno vibrante contro la bandierina d’angolo, è stata un tributo esplicito al leggendario Tim Cahill.

La serata storta dei "italiani" e le scelte tardive di Montella

La delusione più cocente, per chi segue il nostro campionato, riguarda senz’altro i "nostri" Calhanoglu e Kenan Yildiz. Il regista dell’Inter, nonostante la consueta eleganza nel dettare i tempi, si è infranto contro la rigidità difensiva dei verdi australiani, incapace di trovare quel varco decisivo che aveva promesso alla vigilia. Ancora più amaro è stato il rientro di Yildiz. Tenuto inizialmente in panchina da Montella, probabilmente per una questione di condizione fisica o di lettura tattica, l’attaccante della Juventus è entrato nella ripresa provando a cambiare la musica.

Sebbene sia stato l’unico a creare veri scompigli nell’area avversaria, sfiorando il gol in un paio di circostanze (specie con una conclusione che ha scheggiato il palo), anche per lui è scattato il coprifuoco imposto dalla difesa guidata da Harry Souttar. La scelta del tecnico italiano di non stravolgere subito l’assetto, aspettando l’intervallo per inserire il suo gioiello, potrebbe aver vanificato la spinta emotiva iniziale che solo un titolare può garantire.

Un gruppo D già in salita per la Mezzaluna

Con questo risultato, il girone si mette subito in salita per la Turchia. L’Australia vola a quota tre punti, raggiunta momentaneamente in testa dagli Stati Uniti, che nell’altra partita hanno travolto il Paraguay con un sonoro 4-1 dimostrando una forza offensiva notevole. Per Montella, ora, l’unica strada percorribile per evitare un’eliminazione prematura è una reazione immediata. Vincere le prossime due partite non è più un’opzione, è diventata una necessità.

A pesare maggiormente, oltre al passivo, è la consapevolezza di aver dominato senza mai riuscire a trasformare la supremazia territoriale in pericolo concreto. Certo, i 30 tiri a 9 raccontano di una squadra che ha creato, ma quando l’avversario capitalizza le sue uniche occasioni mentre tu sprechi tutto, la matematica del calcio diventa crudele. Le statistiche raccontano di un 71% di possesso palla e di una serie infinita di passaggi orizzontali, ma che senso ha tenere il pallone se poi manca la stoccata finale?

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