L’offensiva israeliana contro l’Iran, la tregua energetica imposta da Trump e il nodo di Hormuz come nuova madre di tutte le crisi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’intervista rilasciata dal ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, delinea con nettezza la postura del suo governo nel conflitto in corso, fotografando al contempo le profonde crepe nel fronte occidentale. Rispondendo a chi gli chiedeva un orizzonte temporale per la fine delle ostilità, Sa’ar ha ricondotto il ragionamento alla nuda essenza della strategia bellica: in guerra, ha spiegato, non si fissano scadenze, bensì obiettivi, e rivelarli al nemico sarebbe un errore fatale. Tra questi, ha enumerato la sterilizzazione del programma nucleare, lo smantellamento dell’industria missilistica e, più in generale, la creazione delle condizioni per un ricambio al vertice di Teheran. Una prospettiva, quest’ultima, che il ministro ha voluto con chiarezza ricondurre alla volontà del popolo iraniano, limitandosi Israele a indebolire la morsa repressiva del regime, come dimostrerebbe l’eliminazione di alcuni comandanti dei Basiji. La sua critica all’Europa è apparsa particolarmente aspra: accusata di fare come gli struzzi, di nascondere la testa sotto la sabbia dinanzi a quella che definisce una minanza esistenziale e terroristica che opera anche sul suolo europeo, una posizione che Sa’ar giudica miope e contraddittoria, specialmente se paragonata alla reazione avuta per la guerra in Ucraina.

Mentre la diplomazia prova a tessere i suoi fili, il teatro bellico registra una significativa battuta d’arresto, almeno su un fronte. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, in una conferenza stampa in prima serata, ha annunciato che Israele si asterrà da ulteriori attacchi contro il gigantesco giacimento di gas di South Pars e altre infrastrutture energetiche iraniane. Una dichiarazione che suona come una retromarcia, motivata esplicitamente da una richiesta diretta del presidente americano Donald Trump. «Israele ha agito da sola» nell’operazione su South Pars, ha tenuto a sottolineare Netanyahu, aggiungendo che «su richiesta di Trump, ci asterremo da futuri attacchi», allineandosi così alla linea della Casa Bianca che, attraverso le parole del suo inquilino, aveva già fatto sapere di non gradire simili iniziative, definite fuori da una strategia condivisa. Un episodio che, al di là della tregua imposta, rivela una frizione non secondaria tra i due alleati sulla gestione tattica del conflitto e sui suoi potenziali effetti collaterali sull’economia globale.

Il fronte economico, del resto, è già in tempesta. L’attacco a South Pars, uno dei più grandi giacimenti al mondo, e la conseguente risposta dei pasdaran che hanno colpito siti petroliferi in Qatar, causando un incendio nel maxi-impianto di Ras Laffan, hanno fatto schizzare verso l’alto le quotazioni di greggio e gas, con il petrolio proiettato verso i 115 dollari al barile e le borse in caduta libera. A fornire una lettura tecnica di questo terremoto finanziario è Gianclaudio Torlizzi, analista di T-Commodity e consigliere del ministro della Difesa italiano, il quale non usa mezzi termini parlando di «shock sistemico, paragonabile al Covid». Secondo l’esperto, l’escalation ha superato la soglia di tolleranza dei mercati, che ora prezzano non più un incidente temporaneo ma danni strutturali alle infrastrutture energetiche. Il cuore pulsante di questa nuova instabilità è lo Stretto di Hormuz, un vero e proprio collo di bottiglia attraverso cui transita oltre il 20% del petrolio mondiale e che Torlizzi identifica come il nuovo epicentro della sfida geopolitica tra Stati Uniti e Cina: chi lo controlla, ha spiegato, non detiene solo la chiave dei flussi energetici, ma può ambire a ridefinire i connotati stessi dell’economia globale, trasformando un passaggio marittimo in una leva di potere strategica senza precedenti.

Il nuovo scenario regionale, tra frammentazione del potere e assenza di reazioni

Sul piano regionale, l’offensiva in corso e la morte di Ali Khamenei hanno prodotto un terremoto politico le cui scosse stanno ridisegnando gli equilibri interni all’Iran. Alla guida del regime è subentrato Mojtaba Khamenei, figlio del precedente leader, descritto dalle fonti israeliane come figura più radicale e intransigente rispetto al padre. Una successione dinastica che non sembra però aver consolidato il potere, anzi. Netanyahu, nel suo intervento, ha accennato a crepe e tensioni profonde all’interno della leadership iraniana, con il nuovo leader che, a suo dire, non avrebbe nemmeno mostrato pubblicamente il proprio volto, mentre cresce la competizione per accaparrarsi gli spazi di potere lasciati vacanti. Sul campo, la strategia israeliana punta ad allargare queste divisioni, mentre la reazione dei Paesi del Golfo, sinora attaccati dagli stessi missili iraniani, appare sorprendentemente attendista. Una passività che Sa’ar interpreta come la presa di coscienza, da parte delle monarchie sunnite, della minaccia comune rappresentata dall’estremismo sciita dei pasdaran, un elemento che, a conflitto concluso e in caso di caduta del regime, potrebbe paradossalmente rilanciare gli Accordi di Abramo e allargare il cerchio della normalizzazione con Israele.

La risposta di Teheran e l’incognita dei tempi di ricostruzione

Sul versante militare, la risposta di Teheran non si è fatta attendere. L’attacco israeliano a South Pars, un’infrastruttura strategica situata in acque contese ma cruciali per l’export di Teheran, è stato il casus belli che ha scatenato la reazione dei pasdaran, concentrata su obiettivi energetici in Qatar e Kuwait. L’obiettivo dichiarato è mostrare la capacità di colpire gli interessi occidentali e dei competitor regionali, ma l’effetto concreto è quello di innescare una spirale distruttiva che va ben oltre la singola azione bellica. L’analisi di Torlizzi è impietosa: se inizialmente il mercato poteva gestire un blocco temporaneo di Hormuz, oggi si trova di fronte alla prospettiva di dover attendere non solo la riapertura dei transiti ma anche la ricostruzione di impianti danneggiati, un processo che allunga i tempi di riequilibrio in maniera esponenziale. Una prospettiva che getta un’ombra lunga non solo sui prezzi dell’energia, ma sulla tenuta stessa del tessuto industriale e produttivo europeo, già provato dalle precedenti crisi.

La posizione dell’amministrazione Trump e il futuro della campagna militare

Al centro di questo scacchiere, l’amministrazione Trump gioca una partita complessa. Da un lato, il presidente ha definito la guerra in Iran «molto completa, praticamente terminata», un’affermazione che ha fatto crollare i prezzi del petrolio e rasserenato i mercati, mostrando la volontà di non lasciare che il conflitto destabilizzi ulteriormente l’economia globale. Dall’altro, la richiesta formale a Netanyahu di fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche rappresenta un netto cambio di passo, una linea rossa tracciata per evitare che l’alleato israeliano trascini Washington in un pantano senza via d’uscita. Il premier israeliano, pur accettando la richiesta, ha ribadito che «c’è ancora molto lavoro da fare» e che la campagna continuerà, anche se con modalità diverse, mirando a colpire l’apparato militare e le capacità industriali del regime. Una tensione latente che lascia presagire un futuro fatto di negoziati serrati dietro le quinte, mentre sul campo la partita, per ora, si gioca a colpi di dichiarazioni e di raid chirurgici, in attesa di capire quale sarà la prossima mossa in uno scenario che, come pochi altri, tiene in scacco l’intero sistema delle relazioni internazionali.

Description: Il ministro israeliano Sa’ar spiega gli obiettivi di guerra mentre Netanyahu frena su ordine di Trump. L’analisi dello shock energetico e la nuova geopolitica di Hormuz.

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