Giulio Regeni, la Corte d’Assise di Roma si pronuncia sulla morte del ricercatore: attesa la sentenza per i quattro 007 egiziani

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A dieci anni dal sequestro, dalle torture e dall’omicidio di Giulio Regeni, la Prima Corte d’Assise di Roma entra in camera di consiglio per emettere la sentenza di primo grado. Il verdetto arriva dopo un iter processuale durato anni, segnato da stop, ripartenze e pronunciamenti della Corte costituzionale, e dopo che la Procura di Roma ha portato avanti le indagini nonostante i depistaggi e le mancate risposte del Cairo.

Gli imputati e le richieste della Procura

Sul banco degli imputati, tutti assenti e formalmente irreperibili da anni perché l’Egitto non ha mai fornito i loro indirizzi, ci sono quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani. Si tratta del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi, e del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, il 23 giugno scorso, ha chiesto per Sharif la condanna all’ergastolo, ritenendolo l’uomo che ha materialmente ucciso il ricercatore, e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione per gli altri tre.

Le accuse contestate sono di sequestro di persona pluriaggravato; per Sharif pendono anche quelle di concorso in lesioni personali aggravate e concorso in omicidio aggravato.

Il silenzio del Cairo e la falsa pista della banda

L’inchiesta della Procura di Roma è partita subito dopo il ritrovamento del corpo, il 3 febbraio 2016, lungo la strada che dal Cairo porta verso Alessandria. La svolta più importante è arrivata il 4 dicembre 2018, con l’iscrizione nel registro degli indagati degli ufficiali dei servizi segreti civili e della polizia investigativa egiziani. Il Cairo, dal canto suo, ha risposto alle rogatorie con parole formali o silenzi.

La Procura egiziana ha respinto l’atto di accusa sostenendo che nessuno degli indagati avrebbe avuto un ruolo nel sequestro, nelle torture e nell’uccisione di Regeni, indicando invece come responsabili una banda di criminali rimasti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia.

Una ricostruzione che gli inquirenti italiani hanno definito artefatta: il passaporto del ricercatore, secondo l’accusa, era già nella disponibilità di un colonnello della polizia prima della perquisizione nell’abitazione del presunto capo della banda, e il collegamento tra il documento e gli uomini della National Security sarebbe transitato attraverso l’imputato Athar Kamel.

La requisitoria: “Non fu un criminale comune”

Nella requisitoria, Colaiocco ha parlato di una verità processuale costruita attraverso prove documentali, dichiarative e tecnico-scientifiche. «Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana», ha detto il magistrato. «Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme». Secondo l’accusa, Regeni fu privato non soltanto della libertà e della vita, ma della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti. «A compiere tutto questo non furono criminali comuni, non furono uomini della malavita. Furono uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza». Il movente, per i pm, starebbe nella errata percezione di attività di intelligence ostile da parte del ricercatore, che si trovava al Cairo per il dottorato svolto all’Università di Cambridge, con un progetto sulle trasformazioni del mondo del lavoro e sui sindacati indipendenti egiziani.

La pista inglese e la tesi della difesa

Nel corso del processo, l’accusa ha anche affrontato la cosiddetta pista inglese, sostenendo che tutti gli elementi raccolti su quel versante sono stati approfonditi e verificati, senza che ne emergesse alcunché di utile. Colaiocco ha ribadito che il ricercatore non era una spia e che ogni aspetto della sua attività nel Regno Unito è stato chiarito.

I difensori dei quattro egiziani, tutti nominati d’ufficio, hanno invece sostenuto che Regeni non fu mai sequestrato da appartenenti alla National Security, perché non vi era alcun interesse da parte del governo egiziano a rovinare i rapporti con l’Italia. Secondo la difesa, la vicenda sarebbe stata opera di gruppi terroristici che operavano in Egitto in quegli anni per ostacolare la politica energetica italiana.

Le tappe dello stallo processuale

Il procedimento ha subito una prima battuta d’arresto il 14 ottobre 2021, quando i giudici della Terza Corte d’Assise di Roma dichiararono la nullità del decreto che disponeva il giudizio, con gli atti tornati al giudice per l’udienza preliminare. Il processo è poi ripartito il 20 gennaio 2024 davanti alla Prima Corte d’Assise. Un nuovo stop è arrivato il 23 ottobre 2025, con l’invio di una nuova istanza alla Corte costituzionale relativa al diritto di difesa e alla nomina di consulenti tecnici.

Il 30 gennaio 2026 la Consulta ha accolto la questione di costituzionalità presentata dalle difese, stabilendo che lo Stato italiano deve anticipare il pagamento delle spese legali dei quattro imputati, e il processo ha potuto così riprendere il suo corso fino alla requisitoria di giugno e alla sentenza attesa oggi.

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