Il cartellone negato al piccolo Tommy, poi le scuse della Cremonese: “Un errore, sarà sempre il benvenuto”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La partita, per la cronaca, l’aveva vinta la Fiorentina con un netto quattro a uno, un risultato che allo stadio Giovanni Zini aveva lasciato l’amaro in bocca ai tifosi di casa e che di per sé sarebbe bastato a movimentare il post-partita. E invece, a rubare la scena e a innescare un dibattito destinato a durare ben oltre il novantesimo, ci ha pensato un episodio avvenuto qualche ora prima, all'ingresso dell'impianto, quando la partita deve ancora iniziare e l'aria è carica solo di attesa e di speranza. Protagonista suo malgrado è stato Tommy, un bambino di sette anni che da Lodi, dove tifare Fiorentina è una scelta di fede piuttosto rara, era arrivato a Cremona con la mamma Vania per sostenere i suoi beniamini. Nelle mani, con la cura e l'entusiasmo che solo un bambino può mettere in queste cose, stringeva un cartellone fatto in casa, con un messaggio chiaro e diretto: “Adesso nei sogni ci credo più forte, Tommy”. Un messaggio che era la naturale prosecuzione di un altro striscione, quello esposto qualche mese fa al Franchi, quando la squadra attraversava un momento difficile e lui, con la sua innocenza, l’aveva incoraggiata scrivendo che credere nei sogni cambia le storie. Quella volta, la società viola lo aveva addirittura invitato allo stadio, omaggiandolo di una maglia firmata da tutti i giocatori.

Ma lunedì sera, ai tornelli dello Zini, la musica è cambiata. Un addetto della sicurezza, uno steward, ha fermato il piccolo e sua madre, spiegando che il cartellone non poteva entrare. Tommy, come ha raccontato poi la mamma in un post che in poche ore ha fatto il giro del web e dei social network, non ha reagito piangendo in quel momento, no. Ha tenuto duro, ha consegnato il suo foglio di carta con la scritta colorata, l’ha visto piegare e mettere da parte – per poi scoprire, all’uscita, che non c’era più, probabilmente buttato via – ed è entrato lo stesso. Le lacrime, quelle, sono arrivate dopo, ha spiegato la madre, quando in campo ha visto segnare il suo beniamino Dodô, e l’emozione per il gol si è mescolata alla frustrazione per quel divieto incomprensibile, in quello che dovrebbe essere un luogo di festa e di passione. Il post, in cui Vania Franchi si rivolgeva direttamente a quello steward per spiegargli il dolore sottile di suo figlio, è diventato virale, sollevando un coro di critiche e di solidarietà.

A quel punto, la società grigiorossa non ha potuto né voluto ignorare quanto accaduto. Il giorno dopo la partita, la Cremonese ha emesso un comunicato ufficiale nel quale ha voluto fare chiarezza e, soprattutto, chiedere scusa. La nota parla senza mezzi termini di un errore, di un “eccesso di zelo” da parte del personale di servizio allo stadio, censurando il comportamento del proprio steward. Un’ammissione di colpa importante, che ha portato il club a contattare direttamente la famiglia per porgere le proprie scuse e per invitare Tommy a tornare al Giovanni Zini, ma da ospite d’onore, per assistere a una prossima partita. La mamma del bambino, contattata dalla società, ha riferito di aver trovato interlocutori gentili e dispiaciuti, i quali hanno persino commentato che quel messaggio, “adesso nei sogni ci credo più forte”, sarebbe bello poterlo leggere in tutti gli stadi.

La passione di un bambino e la rigidità di un regolamento

Al di là della buona fede o della eccessiva pignoleria dello steward, la vicenda apre uno squarcio su un tema più ampio, che è quello del rapporto tra i bambini e il calcio, tra la spontaneità del tifo e le rigide, talvolta ciecamente applicate, norme di sicurezza. Tommy, che a Lodi è circondato per lo più da coetanei che tifano Milan, Inter o Juventus, non è nuovo a dimostrazioni d'affetto per la sua Fiorentina, e non si era mai visto negare l'ingresso con i suoi cartelli. Anzi, allo stadio Zini c'era già stato in passato, e in quell'occasione non aveva avuto problemi. Lunedì sera, tra l'altro, madre e figlio erano seduti nel settore dei Distinti, circondati da tifosi di casa, eppure non c'è stata alcuna tensione: quando la Fiorentina segnava, loro esultavano, magari anche in modo vivace, ma nessuno ha mai detto loro nulla, a riprova che il tifo, quando è sano, può convivere senza problemi.

Un cartellone dal valore simbolico

Quel cartellone non era solo un pezzo di cartone con una scritta. Era il simbolo della perseveranza di un bambino, del suo modo di vivere la passione sportiva. Il fatto che sia stato fermato e probabilmente buttato via ha assunto così i contorni di una piccola ingiustizia, amplificata dall’età del protagonista e dalla sproporzione tra il gesto e la reazione. La Cremonese, con le sue scuse pubbliche e l'invito formale a tornare, ha cercato di rimediare, trasformando un episodio di cronaca potenzialmente negativo in una occasione per dimostrare vicinanza al territorio e ai suoi abitanti più piccoli. La famiglia, dal canto suo, ha accolto le scuse e ha già fatto sapere che ad aprile tornerà allo Zini, a suggellare una pace fatta e a dimostrare che, nonostante tutto, la passione per il calcio riesce sempre a superare le incomprensioni.

Una serata amara per la Cremonese in campo

Se sugli spalti la serata si è conclusa con un abbraccio virtuale e la promessa di un ritorno, in campo per la squadra di casa non c'è stata alcuna possibilità di riscatto. La Fiorentina, trascinata da un superlativo Roberto Piccoli, autore di un gol e un assist, e dalle reti di Parisi, Dodô e Gudmundsson, ha dilagato, infliggendo un pesante quattro a uno ai grigiorossi. Una sconfitta che complica ulteriormente la classifica della Cremonese, sempre più invischiata nella lotta per non retrocedere. Ma in mezzo alla delusione sportiva e al rumore della sconfitta, la società ha voluto mandare un messaggio diverso, più umano, scegliendo di concentrarsi su quel bambino e sul suo cartellone strappato, cercando di ricucire uno strappo che non era sul campo, ma nel cuore della passione calcistica più genuina.

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