Il kraken Medvedev riemerge a Indian Wells tra vittorie e polemiche: “Draper mi ha distratto, ma non mi sento un baro”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Sembrava sprofondato nelle acque più torbide della crisi, quel Daniil Medvedev che per oltre un anno aveva vagato come un'ombra in un deserto tennistico fatto di identità smarrita e sconfitte dolorose, e invece eccolo riemergere a Indian Wells, minaccioso e letale. Il numero undici del mondo, che qualcuno aveva frettolosamente archiviato come un ex campione in disarmo, ha srotolato il tappeto rosso per la propria rinascita nel caldo soffocante del deserto californiano, prima dominando l'americano Alex Michelsen con un perentorio 6-2 6-4 – risultato che non rende giustizia alle speranze del giovane castigatore di Taylor Fritz – e poi, soprattutto, imponendosi nei quarti di finale contro il detentore del Titolo, Jack Draper. Il 6-1 7-5 finale, pur raccontando di una prestazione solida e di un primo set giocato a livelli stratosferici (perso appena due punti con la prima di servizio in ventuno minuti di gioco), non può essere compreso appieno senza addentrarsi nel ginepraio di un episodio arbitrale che ha infiammato il secondo parziale.

Sul 5-5 e 0-15 nel secondo set, durante uno scambio vibrante, una risposta profonda di Medvedev ha indotto Draper a un gesto di stizza: il britannico, convinto che la palla fosse lunga, ha allargato le braccia in una sorta di esclamazione muta, quasi uno sconforto plastico, mentre la palla, invece, era buona. Lo scambio è proseguito per altri sette colpi, fino a quando Medvedev non ha sbagliato, ma a quel punto, anziché accettare la conclusione del punto, il russo si è rivolto alla sedia arbitrale. La giudice di sedia, Aurélie Tourte, dopo aver visionato il monitor, ha stabilito che il gesto di Draper costituiva un’intralcio, assegnando il punto al moscovita. Una decisione che ha scatenato i fischi del pubblico e un immediato dibattito, con Draper che protestava civilmente: “Abbiamo giocato due colpi dopo, se avesse sbagliato la palla successiva lo capirei, ma non è stato così”. L’episodio, a ben vedere, ha spezzato l’equilibrio psicologico di un match che Draper stava faticosamente cercando di riportare in parità dopo il logorante impegno di 24 ore prima contro Novak Djokovic.

Nel dopo partita, e lo si è visto anche nella stretta di mano a rete, Medvedev ha sfoderato un atteggiamento complesso e quasi dimesso, lontano anni luce dal guascone che talvolta abita in lui. Ha ammesso con franchezza di non sentirsi a proprio agio per come si erano svolti i fatti, pur senza fare mea culpa. “Mi sono sentito un pochino distratto da quel gesto, sì”, ha spiegato in conferenza stampa, “ma non così tanto da fermarmi e chiedere subito l’intervento. Ho chiesto all’arbitro cosa avrei dovuto fare in futuro e lei mi ha proposto la video review. Io l’ho accettata, e qualunque fosse stata la sua decisione, l’avrei accolta. Stavolta è stata a mio favore”. In un crescendo di sincerità disarmante, il trentenne di Mosca ha poi aggiunto: “Se mi sento un baro? No. Se mi sento bene per come è andata? Non proprio. Diciamo che non mi sento di aver rubato, ma nemmeno di aver vinto in modo pulitissimo. Semplicemente, ho lasciato decidere l’arbitro e per una volta ho avuto un po’ di fortuna. Di solito le decisioni contro di me non le gestisco bene”.

La gestione del cronometro e il vecchio rancore con l’arbitro Murphy

Ma la profondità del personaggio Medvedev, in questo inizio di stagione che lo vede già vincitore a Brisbane e finalista a Dubai, non si esaurisce certo nelle pieghe di un singolo match. L'ex numero uno del mondo ha approfittato della ribalta per tornare su uno dei temi più spinosi del tennis contemporaneo, la gestione dei tempi tra un punto e l’altro. Parlando dello shot clock, il cronometro che scandisce i 25 secondi a disposizione per battere, Medvedev ha offerto un'analisi quasi sociologica del problema. “È una questione complicata perché è tremendamente soggettiva”, ha esordito, “io servo veloce, eppure se giochi uno scambio di 40 colpi e finisci lontano dalla riga di fondo, quando arrivi a servire vedi che restano solo cinque secondi sul display. E ti chiedi: ma cosa è successo?”. Il riferimento implicito è alla differente applicazione della regola a seconda dell'arbitro e, talvolta, del nome del giocatore che sta dall’altra parte della rete.

La frecciata più velenosa, però, il russo l’ha riservata a un bersaglio preciso: il giudice di sedia Fergus Murphy. Con lui, Medvedev ha un conto aperto che risale allo scorso anno, a Vienna, quando una violazione di tempo in un momento cruciale gli costò, a suo dire, la partita contro Corentin Moutet. “Io con Murphy ho avuto due o tre time violation in tutta la mia carriera e ogni volta sono impazzito. Lui inizia il conto alla rovescia troppo in fretta. Vorrei vederlo arbitrare una partita di Rafa Nadal, giusto per vedere quante infrazioni gli avrebbe fischiato. Bisognerebbe usare il buon senso. Lui, invece, no. Io quella partita con Moutet non l’ho ancora accettata”. Parole pesanti, quelle di Medvedev, che rivelano una tensione sotterranea con l’establishment arbitrale, mitigata però dalla ritrovata serenità in campo.

Un dato statistico, in controluce, aiuta a comprendere la portata della sua rinascita atletica e mentale. Con i 22 titoli in carriera, di cui 21 sul cemento, Daniil Medvedev si sta ritagliando uno spazio nella storia del tennis su questa superficie. La vittoria di Brisbane a gennaio, infatti, lo ha issato al quarto posto nell’era Open per numero di tornei diversi vinti sull’hard court (20), alle spalle di mostri sacri come Jimmy Connors (26), Andy Murray (23) e Roger Federer (22), e davanti persino a Novak Djokovic. Un dato che fotografa la sua longevità e la sua capacità di adattamento, lui che per mesi è sembrato incapace di reggere il confronto con la nuova generazione. E invece, il kraken, silenzioso, è riemerso. E ora, in semifinale, lo attende nientemeno che Carlos Alcaraz, il numero uno al mondo, in un incrocio che profuma di test per verificare se questa rinascita sia un fuoco di paglia o un vero cambio di passo.

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