Trump e Zelensky, faccia a faccia in Florida sul futuro dell'Ucraina
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Redazione Esteri
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Un solido, quanto formale, stringersi di mani ha dato il via, nella residenza di Mar-a-Lago in Florida, al vertice tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il leader ucraino Volodymyr Zelensky. L’incontro, che si annunciava cruciale per tentare di sbloccare la via negoziale verso la cessazione delle ostilità con la Russia, ha visto da subito al centro del dibattito la spinosa questione dei territori, nodo che da sempre rappresenta il principale ostacolo a qualsiasi ipotesi di intesa. "Tutte le parti vogliono la pace", ha dichiarato Trump in apertura dei lavori, sottolineando come sia Mosca che Kiev cerchino, a suo dire, lo stesso risultato. Una valutazione, la sua, che però non nasconde la complessità del compito: "cercherò di riportare Putin al tavolo", ha ammesso il presidente americano, riconoscendo implicitamente le difficoltà di un dialogo che coinvolge, direttamente o meno, numerose capitali europee.
Il nodo territoriale e la posizione di Mosca
Mentre le delegazioni si disponevano al tavolo dei negoziati, affiancate da una squadra di funzionari e alleati chiave dell’amministrazione Trump – tra i quali spiccano figure come il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Difesa Pete Hegseth –, Washington intensificava parallelamente i suoi contatti con il Cremlino. La partita, come è noto, si gioca su elementi concreti e delicatissimi: oltre alle garanzie di sicurezza per Kiev, che qualcuno definisce già “post-belliche”, l’occhio è puntato sulla sorte delle regioni del Donbass e della Zaporizhzhia, aree la cui sovranità è contesa da anni e su cui il Cremlino ha finora mostrato una rigidità difficilmente scalfibile. Proprio da Mosca, nonostante un’apertura dichiarata alla costituzione di gruppi di lavoro tecnici con gli Stati Uniti, è giunta una netta opposizione a qualsiasi ipotesi di tregua temporanea, segnale che conferma come la strada per un cessate-il-fuoco stabile sia ancora irta di ostacoli.
La regia americana e il coinvolgimento europeo
L’architettura diplomatica disegnata da Trump, la quale prevede un successivo allargamento del confronto ai leader dei cosiddetti “Volenterosi” tramite collegamento video, mira a creare un quadro di pressione concertata. È un approccio che, se da un lato cerca di tenere saldamente in mano le redini del processo a Washington, dall’altro non può prescindere dal consenso e dal supporto attivo delle nazioni europee, alcune delle quali sono profondamente coinvolte nelle dinamiche del conflitto, sia per vicinanza geografica che per implicazioni strategiche. La presenza al vertice di figure come Jared Kushner e dell’inviato Steve Witkoff suggerisce, del resto, un tentativo di affiancare alla diplomazia tradizionale canali più informali, spesso sperimentati in passato dall’ex amministrazione. Un metodo che, secondo molti osservatori, potrebbe rivelarsi utile per sondare il terreno su posizioni altrimenti inespresse.
La sfida di un negoziato senza scadenze
"Non ci sono scadenze", ha tenuto a precisare il presidente americano, in una dichiarazione che riflette sia la volontà di non forzare i tempi in modo controproducente, sia la consapevolezza della mole di problemi da risolvere. La posta in gioco, infatti, non è soltanto fermare le operazioni militari, ma definire un assetto che possa garantire una pace durevole, evitando il congelamento del conflitto in una perenne linea di contatto armato. La trattativa, per sua natura, è dunque destinata a procedere per gradi, toccando punti che vanno dalla delimitazione delle aree di controllo alla ricostruzione, fino alle future alleanze del paese devastato. Un lavoro certosino, del quale il faccia a faccia in Florida rappresenta soltanto il primo, sebbene fondamentale, capitolo.




