Licenziato per finta malattia, il giudice dà ragione all’azienda: “Leso il vincolo fiduciario”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La passione per la musica, si sa, sa essere un’ottima consigliera, ma talvolta si trasforma in una cattiva maestra quando scavalca i doveri quotidiani. È quanto accaduto a un operaio cinquantaduenne di Bisceglie, in provincia di Barletta-Andria-Trani, il quale, pur di non perdersi una delle date del tour di Vasco Rossi, ha deciso di giocare la carta della dissenteria fulminante. Peccato che il suo stratagemma, messo in atto con una cura certosina fatta di messaggi WhatsApp e certificati medici, sia crollato miseramente di fronte alle testimonianze dei suoi stessi compagni di avventura, che non hanno esitato a raccontare il viaggio in pullman verso lo stadio San Nicola di Bari.

La vicenda giudiziaria, che si è conclusa solo di recente, affonda le radici nel giugno del 2024. L’uomo, probabilmente per garantirsi un posto al sole tra i fan del rocker, comunicò al proprio responsabile, prima tramite un messaggio sul cellulare e poi con una mail formale, di essere costretto a letto da “una forte dissenteria”, chiedendo così di assentarsi per due giornate. A ulteriore dimostrazione di buona fede – o almeno così sperava – l’indomani trasmise anche un certificato medico che ufficializzava il suo stato di salute cagionevole. La realtà, però, era diametralmente opposta: mentre il referto medico parlava di riposo assoluto, l’operaio era invece intento a salire su un autobus con alcuni amici, diretto proprio al concerto del “Blasco”.

Le prove decisive e la difesa in aula

L’azienda, venuta a conoscenza della situazione attraverso testimoni oculari – gli stessi che condividevano con lui il viaggio – non ha perso tempo e l’8 luglio ha avviato una contestazione disciplinare, notificando al dipendente l’accusa di aver tradito il rapporto di fiducia. La risposta del lavoratore, almeno inizialmente, è stata all’altezza della sua interpretazione: ha definito le accuse “palesemente false, generiche e indimostrate”, sostenendo di essere rimasto a casa per tutta la durata della malattia. Un tentativo di conciliazione, fallito nel corso del 2025, ha spianato la strada al tribunale.

Dinanzi al giudice del Lavoro del Tribunale di Trani, però, la sceneggiatura è cambiata radicalmente. L’azienda ha portato in aula cinque testimoni, tutti presenti sull’autobus diretto a Bari, le cui versioni dei fatti combaciavano perfettamente. Messo alle strette da queste deposizioni – che ne hanno delineato l’itinerario con precisione quasi fotografica – l’operaio non ha potuto fare altro che confessare, ammettendo la propria responsabilità per l’assenza ingiustificata. Una resa che è arrivata tardi, quando ormai il quadro era già stato interamente ricostruito.

La sentenza: “Leso il vincolo fiduciario”

Il giudice, nel motivare la decisione, è stato categorico nell’affermare che il comportamento tenuto dal 52enne ha rappresentato una violazione insanabile del patto di buona fede che deve legare dipendente e datore di lavoro. Comunicare una falsa malattia – e questo è il punto nodale della sentenza – non costituisce un semplice inganno veniale, ma un atto talmente grave da recidere quel vincolo di fiducia senza il quale il rapporto lavorativo non può più reggersi. L’assenza dal lavoro, quindi, non è stata giudicata come un errore banale, bensì come un abuso del diritto alla malattia, utilizzato per scopi del tutto incompatibili con la guarigione, ossia un concerto di musica rock.

Le conseguenze per l’operaio sono state dunque devastanti a doppio titolo. Da un lato, il giudice ha ritenuto legittimo il licenziamento irrogato dall’azienda, respingendo così il suo ricorso e lasciandolo senza un impiego. Dall’altro, per aver osato contestare un provvedimento tanto palesemente fondato, l’uomo è stato condannato a pagare le spese legali del processo, che ammontano a cinquemila euro. Una beffa economica che si aggiunge alla perdita del posto di lavoro, trasformando una serata di musica in un ricordo salatissimo.

L’abuso del certificato medico come giusta causa

La vicenda, paradigmatica per il diritto del lavoro, sancisce un principio ben preciso: la simulazione di uno stato patologico per dedicarsi ad attività ludiche o ricreative costituisce una giusta causa di licenziamento. I giudici hanno evidenziato come l’operaio avesse un obbligo di correttezza e diligenza nei confronti del datore, obbligo che è stato tradito nel momento in cui ha utilizzato un certificato medico – un atto di fede pubblica – per coprire un’assenza ingiustificata. Non è rilevante, in questi casi, l’entità dell’assenza (pur essendo di soli due giorni), quanto la qualità del danno inferto al rapporto: l’inganno premeditato e la pianificazione della menzogna hanno reso impossibile qualsiasi prosecuzione del rapporto, anche solo per il futuro.

In definitiva, quella che poteva sembrare una scappatoia furba per godersi un idolo si è rivelata una trappola legale. Le testimonianze dei compagni di viaggio – che pure condividevano la stessa passione per la musica – hanno funto da grimaldello per aprire la porta alla giustizia, dimostrando che la menzogna, nella stragrande maggioranza dei casi, ha le gambe corte, soprattutto quando si viaggia in compagnia. L’operaio, che aveva pensato di aggirare il sistema con un messaggio su WhatsApp, si è trovato di fronte a un sistema giudiziario che non solo ha confermato la decisione aziendale, ma gli ha anche inflitto una salatissima lezione di economia processuale.

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