Bergamo, gioca a calcetto in malattia: licenziato, il tribunale condanna l'azienda a risarcirlo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Era in malattia, ma è andato a giocare a calcetto. Per questo motivo è stato licenziato. Ora, però, il Tribunale di Bergamo ha stabilito che l'azienda deve risarcirlo con dodici mensilità da seimila euro lordi ciascuna, per un totale di 72mila euro. La vicenda, raccontata dal Corriere della Sera, riguarda Mario, un cinquantenne residente nel Bergamasco, quadro in un'azienda metalmeccanica dal 2022. Sette mesi dopo la diagnosi di sclerosi multipla si è ritrovato senza lavoro, ma la giudice ha riconosciuto che il licenziamento non era giustificato.

La diagnosi e il percorso di cura

Nel maggio del 2023 a Mario viene diagnosticata una sospetta sclerosi multipla, poi confermata dagli accertamenti. Inizia così un percorso di cura presso il reparto di Neurologia dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Alla patologia si aggiungono problemi di ansia, acuiti dalla diagnosi e da una situazione familiare complessa: ha un figlio con problemi di salute. Gli psicologi che lo seguono gli consigliano di non isolarsi, di mantenere vive le relazioni sociali e di continuare a fare ciò che lo faceva stare bene. Durante alcuni giorni di malattia, Mario va a giocare a calcetto la sera.

Il pedinamento e il licenziamento

L'azienda decide di verificare i suoi comportamenti durante le assenze e incarica un investigatore privato di seguirlo. Gli accertamenti documentano alcune serate al centro sportivo, con tanto di borsone, spogliatoio, guanti da portiere e, in un'occasione, una bevuta con i compagni di squadra in un birrificio. Dopo una sospensione disciplinare di due giorni senza retribuzione nel dicembre 2023, il 14 marzo 2024 arriva il licenziamento per giusta causa. Le contestazioni principali riguardano tre partite, disputate il 6, il 13 e il 20 febbraio 2024, durante i periodi di assenza per malattia.

Mario spiega all'azienda il proprio quadro clinico e le indicazioni ricevute dagli psicologi, ma il provvedimento non viene ritirato. Decide quindi di impugnare il licenziamento.

La decisione del tribunale

La giudice Monica Bertoncini ribadisce un principio cardine: l'attività sportiva durante la malattia può giustificare il licenziamento solo se risulta incompatibile con la patologia per cui il dipendente si assenta o se ne rallenta la guarigione. Nel caso specifico, il consulente tecnico d'ufficio ha escluso che giocare a calcetto fosse incompatibile con lo stato di malattia di Mario o che potesse ritardarne la guarigione.

Il medico legale richiama studi secondo cui, nelle patologie di natura neurologica e psichiatrica, lo sport può portare beneficio e rappresentare un valido strumento per migliorare la qualità della vita delle persone affette da sclerosi multipla. La giudice tiene conto anche della sintomatologia ansiosa reattiva diagnosticata a gennaio 2024 e del percorso psicologico in corso, che prevedeva proprio il mantenimento delle attività sociali e sportive come parte integrante della cura.

Il reintegro negato e il risarcimento

Il Tribunale non ha però disposto il reintegro nel posto di lavoro. Tra gli episodi contestati c'era anche l'abbandono dell'ufficio nel pomeriggio del 16 febbraio 2024, che Mario ha attribuito a un crollo psicologico. La giudice ha ritenuto il fatto sussistente: non sufficientemente grave da giustificare il licenziamento, ma abbastanza da escludere il ritorno in azienda. La conseguenza è stata quindi la condanna al risarcimento di dodici mensilità da seimila euro lordi ciascuna, per un totale di 72mila euro.

Nel frattempo Mario ha trovato un altro impiego e continua a giocare a calcetto, il giovedì sera o quando ne ha l'occasione.

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