Bergamo, in malattia gioca a calcetto e viene licenziato: il tribunale dà ragione al lavoratore e condanna l'azienda a risarcirlo
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Redazione Interno
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Un uomo di cinquant'anni, residente a Bergamo e impiegato come quadro in un'azienda metalmeccanica, è stato licenziato per giusta causa dopo che un investigatore privato incaricato dall'impresa lo aveva sorpreso a giocare a calcetto durante alcuni periodi di assenza per malattia. Il Tribunale di Bergamo ha però ritenuto illegittimo il provvedimento, riconoscendogli un risarcimento di dodici mensilità da seimila euro lordi ciascuna, per un totale di 72mila euro.
La diagnosi e il contesto clinico
La vicenda risale al maggio del 2023, quando al dipendente viene diagnosticata una sospetta sclerosi multipla, poi confermata dagli accertamenti successivi, con un percorso di cura avviato presso la Neurologia dell'ospedale Papa Giovanni XXIII. A questa condizione si aggiunge una sintomatologia ansiosa reattiva a situazioni complesse, per la quale l'uomo intraprende un percorso psicologico e assume farmaci. Il quadro personale è reso più delicato dalla presenza di un figlio con problemi di salute.
Il pedinamento e il licenziamento
Durante i periodi di malattia compresi tra l'8 gennaio e il 14 febbraio 2024 e poi dal 19 febbraio al 15 marzo, l'azienda incarica un investigatore privato di seguire gli spostamenti del dipendente. Il rapporto documenta alcune serate trascorse in un centro sportivo, con dettagli che vanno dal borsone ai guanti da portiere, fino a una sosta in un birrificio dopo la partita. Le contestazioni disciplinari riguardano in particolare tre partite, disputate il 6, il 13 e il 20 febbraio.
Dopo una sospensione di due giorni senza retribuzione nel dicembre 2023, il 14 marzo 2024 arriva il licenziamento per giusta causa.
Il principio giuridico stabilito dalla giudice
La sentenza della giudice Monica Bertoncini si fonda su un criterio preciso: l'attività sportiva svolta durante la malattia costituisce giusta causa di licenziamento solo se risulta incompatibile con la patologia che ha determinato l'assenza dal lavoro o se è tale da rallentare la guarigione. Non basta, dunque, dimostrare che il lavoratore abbia svolto un'attività esterna. Nel caso specifico, il consulente tecnico d'ufficio ha escluso che giocare a calcetto fosse incompatibile con lo stato di malattia dell'uomo o potesse ritardarne il recupero.
Il medico legale ha richiamato studi scientifici secondo cui, nelle patologie neurologiche e psichiatriche, lo sport può rappresentare un valido strumento per migliorare la qualità della vita. Le indicazioni degli psicologi che seguivano il cinquantenne andavano nella stessa direzione, suggerendo di non isolarsi e di mantenere le relazioni sociali e le attività capaci di procurare benessere.
Il mancato reintegro e il nuovo impiego
Il Tribunale non ha disposto il reintegro nel posto di lavoro. A pesare su questo aspetto è un episodio diverso dalle partite di calcetto: il pomeriggio del 16 febbraio 2024 il dipendente aveva lasciato l'ufficio, spiegando poi di aver avuto un crollo psicologico. La giudice ha ritenuto provato l'abbandono del posto, un comportamento non sufficientemente grave da giustificare il licenziamento, ma tale da escludere il ritorno in azienda. Nel frattempo l'uomo ha trovato un nuovo impiego e continua a giocare a calcetto, nel ruolo di portiere, il giovedì sera o quando ne ha l'occasione.
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