La strage di Tumbler Ridge, l’identikit della killer: Jesse Van Rootselaar, 18 anni, transgender, aveva lasciato la scuola da quattro anni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’intera comunità di Tumbler Ridge, un piccolo centro minerario di appena duemila e quattrocento anime adagiato sulle propaggini delle Montagne Rocciose, nella Columbia Britannica, è stata scossa da una violenza inaudita che ha portato alla luce dettagli sempre più precisi, seppur frammentari, sulla figura della giovane responsabile della sparatoria. La Procura della Corona, attraverso le dichiarazioni della Gendarmeria Reale del Canada, ha diffuso nelle ultime ore il nome della presunta autrice della strage: si tratta di Jesse Van Rootselaar, una diciottenne che, come hanno tenuto a precisare gli investigatori, si identificava pubblicamente e socialmente come donna, avendo intrapreso un percorso di transizione di genere circa sei anni fa. La ricostruzione degli eventi, che inizialmente aveva generato una certa confusione sul numero delle vittime, dipinge un quadro agghiacciante: Van Rootselaar, dopo aver fatto irruzione nell’istituto secondario che lei stessa aveva abbandonato quattro anni prima, ha aperto il fuoco seminando il panico tra studenti e personale docente, per poi togliersi la vita con un colpo d’arma da fuoco autoinflitto. Poco prima, in quella che gli inquirenti definiscono una prosecuzione del medesimo, folle disegno criminoso, la ragazza aveva già ucciso la madre e il fratellastro, di soli undici anni, all’interno della loro abitazione privata, situata a circa due chilometri di distanza dalla scuola.
I precedenti con la polizia e il ritiro delle armi
Le indagini, coordinate dalla sezione locale della polizia a cavallo, stanno facendo luce sui trascorsi della giovane, emersi grazie all’analisi dei fascicoli giudiziari e delle chiamate di servizio. Secondo quanto dichiarato dal commissario aggiunto Dwayne McDonald, la famiglia Van Rootselaar non era sconosciuta alle forze dell’ordine: negli ultimi due anni, gli agenti erano intervenuti più volte presso la loro residenza per questioni legate alla salute mentale della ragazza, che in alcune circostanze era stata tratta in custodia ai sensi del Mental Health Act e condotta in ospedale per una valutazione psichiatrica. In una di queste occasioni, due anni prima della strage, le autorità avevano proceduto al sequestro di alcune armi da fuoco trovate nell’abitazione, un provvedimento preso in virtù del codice penale canadese. Tuttavia, come ha confermato McDonald, il legittimo proprietario di quelle armi – la cui identità non è stata resa nota ma che si presume essere un membro della famiglia – aveva successivamente presentato istanza per la loro restituzione, ottenendo nuovamente il possesso dei fucili. Una circostanza, questa, che riaccende il dibattito, sempre acceso in Nord America, sulla gestione e il controllo delle armi, anche in un paese come il Canada, dove la normativa è notoriamente più restrittiva rispetto al vicino Stati Uniti, e dove il presidente, rieletto di recente, Donald Trump, ha sempre sostenuto politiche diametralmente opposte in materia di possesso di armi.
Un ritratto familiare segnato da conflitti e instabilità
A emergere dai documenti giudiziari, in particolare da una causa dinanzi alla Corte Suprema della Columbia Britannica risalente al 2015, è anche il profilo di una famiglia segnata da forti tensioni e da uno stile di vita definito dal giudice Anthony Saunders come “nomade”. La madre di Jesse, Jennifer Strang, aveva trasferito più volte i figli attraverso il paese, spostandosi tra Terranova, l’Alberta e la Columbia Britannica, al punto che il padre naturale dei bambini, Justin Jan Vanrootselaar, da cui Jesse ha ereditato il cognome, aveva denunciato di non avere più contatti con loro e di ignorarne talvolta la localizzazione. Il giudice, nell'emettere una sentenza che imponeva alla madre di non portare i figli fuori dalla provincia, sottolineava come quei bambini avessero condotto un’esistenza errabonda, priva di stabili radicamenti in un luogo preciso. Nonostante queste turbolenze, i profili social della famiglia, ora sotto esame, mostravano anche momenti di normalità e affetto, come dimostravano alcuni post in cui si celebravano compleanni o i successi scolastici di Jesse. E proprio sui social, un dettaglio inquietante: un post del 2021 della madre invitava a visitare il canale YouTube del figlio, dove questi postava contenuti legati alla caccia, alla sopravvivenza e alle armi, un interesse, quello per le armi, che sembra aver coltivato nel tempo.
Le vittime e la dinamica dell’attacco
Mentre la comunità piange le nove vittime, vegliando con lumini e fiori davanti alla scuola, gli investigatori hanno ricostruito la dinamica degli spostamenti della killer. Van Rootselaar, dopo aver ucciso la madre e il fratellastro nella loro casa, si è recata al Tumbler Ridge Secondary School, armata di un fucile a canna lunga e di una pistola modificata, nessuna delle quali, è stato accertato, era registrata a suo nome. All’interno dell’istituto, dove ha fatto irruzione mentre le lezioni erano in corso, ha sparato contro chiunque le capitasse a tiro, uccidendo sei persone – tra cui una donna di 39 anni, un’educatrice, e cinque studenti di 12 e 13 anni – e ferendone altre venticinque, due delle quali sono state elitrasportate in condizioni critiche. L’allarme è scattato intorno all’una e venti del pomeriggio, e la polizia, giunta sul posto in due minuti, si è trovata di fronte a una scena di guerra, con colpi d’arma da fuoco esplosi in direzione degli agenti, i quali, entrati nell’edificio, hanno rinvenuto il senza vita della ragazza, deceduta per una ferita autoinflitta. La precisione con cui la polizia ha descritto i fatti, correggendo anche l’iniziale notizia di un decimo decesso poi rivelatosi errato, restituisce la dimensione di una tragedia immane, la seconda peggiore nella storia delle scuole canadesi dopo quella del Politecnico di Montréal del 1989.




