Le due crisi di governo: Cirielli cerca gas tra le macerie del referendum e la tensione esplode in Terra Santa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il viceministro agli Esteri, Edmondo Cirielli, rompe gli indugi e conferma che l’Italia, nel silenzio delle trattative diplomatiche, sta negoziando l’apertura di un nuovo canale di approvvigionamento del gas. Un annuncio che arriva a poche ore dalla débâcle referendaria sulla giustizia, un passaggio che il governo ha incassato senza però mostrare alcuna intenzione di cambiare rotta. «Siamo in trattativa – ha dichiarato Cirielli – per aprire un nuovo importante canale di approvvigionamento, nell’interesse della sicurezza energetica italiana», rifiutandosi però di fare il nome del partner per non inficiare la delicatezza dell’operazione.

Stabilità a tutti i costi e la difesa del “metodo russo”

Nonostante il risultato del referendum abbia rappresentato una battuta d’arresto sul fronte interno, Cirielli ha respinto al mittente ogni ipotesi di elezioni anticipate, definendo quelle voci prive di fondamento e ribadendo la necessità di puntare tutto sulla stabilità economica. La sua linea, come emerge dalle sue dichiarazioni, è chiara: il governo deve proseguire nella “fase uno” della sua azione, senza farsi distrarre dalle polemiche. E a proposito delle polemiche, l’esponente di Fratelli d’Italia ha speso parole dure per difendere il proprio recente incontro con l’ambasciatore russo, un faccia a faccia che aveva sollevato più di un malumore nell’opposizione e non solo. «Qualcuno si comporta in modo codardo parlando alle spalle – ha attaccato Cirielli – ma tutti riconoscono che ho agito bene». Una rivendicazione del diritto a mantenere aperti i canali diplomatici con Mosca, anche mentre si cercano alternative globali per spegnere le bollette, che evidenzia la sottile linea di galleggiamento su cui si muove l’esecutivo in questo scenario internazionale instabile.

Lo schiaffo allo Status Quo: l’oltraggio della polizia israeliana

Se sul fronte energetico e politico interno le acque sono agitate, lo scenario mediorientale presenta una crisi diplomatica di proporzioni ragguardevoli, pronta a riversarsi sulle scrivanie della Farnesina e del Vaticano. Oggi, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, affiancato da monsignor Paul R. Gallagher, ha incontrato l’ambasciatore israeliano Yaron Sideman. Il motivo del colloquio non era una semplice routine, ma il forte “rammarico” per un episodio avvenuto il giorno prima, la Domenica delle Palme, quando la polizia israeliana ha fisicamente impedito al cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, e a padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa, di accedere alla Basilica del Santo Sepolcro.

Per comprendere la gravità del gesto, bisogna ricordare cos’è lo Status Quo. Si tratta di un principio, sancito da un decreto reale del 1852 e confermato più volte nel corso dei secoli (l’ultima in un accordo tra Olp e Santa Sede nel 2000), che regola nei minimi dettagli l’accesso ai Luoghi Santi. Quella di domenica è stata descritta dalle cronache come un’interruzione senza precedenti: mai, fino a quel momento, un leader cristiano era stato respinto alle porte del Santo Sepolcro, specialmente nel giorno che apre la Settimana Santa. La polizia israeliana, adducendo motivi di sicurezza legati ai recenti lanci missilistici, ha bloccato il convoglio privato dei due religiosi, costringendoli a tornare indietro. Una circostanza che il Patriarcato latino non ha esitato a definire una “misura irragionevole e gravemente sproporzionata”.

Un “amico degli ebrei” messo alla prova dagli estremismi

La figura del cardinale Pizzaballa, è bene sottolinearlo, non è mai stata quella di un antagonista. Al contrario, il patriarca è storicamente riconosciuto come un uomo di dialogo, un “amico degli ebrei” che ha sempre cercato la mediazione e la convivenza, anche nei momenti più bui del conflitto. E proprio per questo, il gesto della polizia è apparso ancora più sordo e violento. Nessuno aveva mai osato sbarrargli la strada prima d’ora, eppure, questa volta, l’estremismo della sicurezza ha prevalso sul buon senso.

Mentre Cirielli a Roma difendeva la linea della fermezza economica e della trattativa globale sul gas, l’asse diplomatico italo-vaticano si muoveva su un altro fronte per scongiurare una crisi di rappresentanza religiosa. La riunione di oggi in Vaticano, con Parolin che riceve l’ambasciatore Sideman, serve proprio a ricucire uno strappo che rischia di isolare ancor di più Israele sullo scacchiere internazionale, in un momento in cui ogni gesto simbolico, in Terra Santa, pesa più di mille dichiarazioni ufficiali.

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