Ferrari inchioda in Borsa: la crisi di fiducia dopo il piano industriale
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Redazione Economia
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Trenta miliardi di euro, cifra che ha del titanico, evaporati in dieci mesi: è la perdita, per quanto virtuale, che ha subito la capitalizzazione di Ferrari in Borsa, con il Titolo che, dopo aver toccato vette storiche a febbraio, è precipitato a poco più di 310 euro a dicembre. Un calo verticale, quello del Cavallino rampante, che ha surclassato le performance negative del listino milanese e che, in particolare negli ultimi due mesi, ha accelerato la sua corsa verso il basso bruciando oltre 17 miliardi dal giorno che precedeva la presentazione dell'atteso piano industriale. La Rossa, nonostante continui a presentare bilanci trimestrali solidi e ricavi in crescita, si trova quindi a navigare in acque finanziarie insolitamente agitate, mentre gli analisti si affannano a ricalibrare le proprie previsioni senza, tuttavia, abbandonare del tutto la fiducia nel marchio.
Il piano che non convince e la discesa dei listini
La presentazione del piano, evento solitamente catalizzatore di ottimismo, si è rivelata invece, nella percezione del mercato, un momento di delusione, il che spiega in parte l’aggravarsi del tonfo negli ultimi sessanta giorni. Gli investitori, che si aspettavano forse una svolta più netta o proiezioni ancor più ambiziose per la transizione elettrica, hanno reagito vendendo, facendo perdere al titolo oltre un quinto del suo valore da ottobre a dicembre. Una reazione che appare durissima, se si considera che alcune delle case d’analisi più accreditate, pur avendo rivisto al ribasso i propri target price, hanno mantenuto raccomandazioni positive come “Buy” o “Outperform”, segnalando quindi che le fondamenta dell’azienda sono ritenute ancora solide nonostante la tempesta in Borsa.
I numeri di una correzione senza precedenti
La portata della correzione, del resto, è tale da non poter essere ignorata, poiché si configura come una delle più severe nella storia recente del titolo. I dati, nudi e crudi, raccontano di un crollo del 23,4% dall’inizio dell’anno e di un impressionante -35% dai massimi toccati appena nel febbraio scorso, con performance negative che si registrano su tutte le temporalità osservate, dall’ultimo mese all’ultimo trimestre. Un trend che, inevitabilmente, solleva interrogativi sulle valutazioni di borsa raggiunte in precedenza, forse eccessivamente gonfiate da aspettative divenute poi di difficile realizzazione nel breve periodo, e sulla capacità del management di riallineare le attenze del mercato con la propria strategia industriale.
Il contesto e le sfide del settore automobilistico
La fase critica di Ferrari, è bene ricordarlo, si inserisce in un contesto generale complesso per l’intero settore dell’auto di lusso e ad alte prestazioni, stretto tra costi tecnologici elevatissimi per l’elettrificazione, incertezze normative e una congiuntura economica globale tutt’altro che favorevole. La stessa transizione verso nuove motorizzazioni, se da un lato rappresenta un imperativo e un’opportunità, dall’altro comporta investimenti colossali che pesano sui margini e richiedono tempo per essere pienamente metabolizzati dal mercato. Resta il fatto che, al di là delle fluttuazioni di Borsa, l’azienda di Maranello continua a essere un’icona globale, con una lista d’attesa per i suoi modelli che si misura in anni e un brand value pressoché ineguagliabile, elementi che costituiscono un argine fondamentale contro crisi di più ampia portata.




