Perché Ferrari inchioda in Borsa
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Redazione Economia
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Un brusco risveglio per gli investitori, quelli che avevano cavalcato l’onda del Titolo più prestigioso del listino italiano, deve fare i conti con una discesa che, numeri alla mano, appare tanto ripida quanto il suo storico ascendente. La Ferrari, il cui valore in Borsa aveva a lungo sembrato immune dalle leggi della gravità, ha infatti visto evaporare, in quello che si configura come un 2025 complesso, circa trenta miliardi di euro di capitalizzazione se si considera l’intero arco dell’anno; una cifra monumentale, per quanto virtuale, che racconta di un cambio di marcia nei mercati. Di questi, ben diciassettemila milioni si sono dissolti nel giro degli ultimi due mesi, un arco di tempo relativamente breve durante il quale il titolo del Cavallino Rampante è scivolato costantemente, arrivando a perdere oltre il tre percento in una singola seduta e toccando quotazioni vicine ai 313 euro, lontanissime dai fasti di pochi mesi addietro.
Il peso delle stime riviste
A pesare come un macigno sulle performance, mentre l’azienda di Maranello continua peraltro a presentare trimestrali solidi, sono state soprattutto le revisioni al ribasso operate da alcune influenti banche d’affari, le quali hanno iniziato a rivedere le proprie proiezioni sul futuro finanziario del costruttore. La società Jefferies, in particolare, ha operato un deciso taglio del prezzo obiettivo, portandolo da 345 a 310 euro e confermando una valutazione prudente, il cosiddetto “Hold”. Questo aggiustamento, che ha fatto da detonatore per una serie di sedute negative, non nasce dal caso ma da una riflessione sul medio periodo, la quale mette in discussione la sostenibilità di certi multipli di borsa in uno scenario industriale in trasformazione.
Le incognite del rinnovamento e la sfida elettrica
Il rapporto analitico della banca d’investimento, infatti, pur riconoscendo il periodo eccezionale appena trascorso, focalizza l’attenzione sulle prossime fasi critiche che la casa automobilistica dovrà affrontare, a cominciare dall’impegnativo ciclo di rinnovamento della gamma. Un processo, questo, che inevitabilmente comporta ingenti investimenti e che potrebbe, secondo le stime di Jefferies, rallentare il ritmo di crescita e comprimere i margini operativi. Il punto nodale riguarda proprio le previsioni di Ebit per il 2026, atteso ora al 29,1%, un dato che segnala un potenziale allentamento della redditività. La transizione verso la mobilità elettrica, sebbene gestita con la proverbiale attenzione al brand tipica di Ferrari, costituisce un’ulteriore variabile di costo e di incertezza strategica in un mercato del lusso automobilistico in rapida evoluzione, al quale si aggiunge l’onere di mantenere l’esclusività e le prestazioni mentre la tecnologia cambia radicalmente.
Le mosse dell’azienda e il contesto di mercato
In questo quadro, caratterizzato da una pressione al ribasso costante che ha fatto di Ferrari il titolo peggiore dell’indice FTSE Mib in alcune sessioni, la società ha comunque proseguito con il proprio piano di riacquisto di azioni proprie, acquisendone circa 2,1 milioni sul mercato di New York; un’operazione che, se da un lato dimostra la fiducia della controllata Exor nel valore intrinseco dell’azienda, dall’altro non è bastata a controbilanciare il sentimento negativo prevalente tra gli investitori istituzionali. La serie di sedute in rosso ha quindi ridimensionato non solo il valore di borsa, ma anche le aspettative di chi riteneva che il titolo potesse continuare a salire senza intoppi, scontando oggi la complessità di un momento di passaggio industriale che richiede, oltre al fascino del mito, una concretezza di numeri e di prospettive che gli analisti stanno ridiscutendo punto per punto.




