I coloni israeliani, una guerra strisciante in Cisgiordania
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Redazione Esteri
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Mentre l'attenzione del mondo resta sospesa sui fragili equilibri della tregua a Gaza, un altro conflitto, più silenzioso ma non meno insidioso, prosegue senza soluzione di continuità in Cisgiordania. Qui, l'ondata di violenza perpetrata da coloni israeliani contro i palestinesi, che aveva già conosciuto una recrudescenza con l'inizio della raccolta delle olive in ottobre, ha toccato un nuovo picco simbolico con l'incendio della moschea nel villaggio di Kifl Hares. L'attacco, oltre a danneggiare severamente l'edificio di culto, ha visto la distruzione di copie del Corano e la comparsa di scritte minacciose sui muri, alcune delle quali indirizzate persino al capo del Comando centrale dell'Idf, Avi Blot, quasi a sottolineare una percezione di impunità che travalica le stesse gerarchie militari. Un episodio che il ministero degli Affari Religiosi palestinese non ha esitato a definire, in una condanna senza appello, "un evidente attacco ai musulmani" e al contempo "un nuovo atto di razzismo provocatorio".
Una strategia della tensione che si consolida
Quello che emerge dalle inchieste, le quali sottolineano come i media internazionali abbiano iniziato a occuparsi sistematicamente del fenomeno solo dopo la pausa dei combattimenti a Gaza, è un quadro di una violenza metodica e diffusa. Dal sette ottobre dello scorso anno, infatti, sono oltre millescento i palestinesi che hanno perso la vita negli scontri con i coloni, un dato che dipinge un conflitto a bassa intensità ma dal costo umano elevatissimo. Gli attacchi, che si concentrano spesso su villaggi e proprietà agricole, causano non solo morti e feriti ma anche danni materiali ingenti, minando alla base l'economia e la stabilità sociale di intere aree. Si tratta di una guerra strisciante, come viene efficacemente descritta, che si alimenta di appoggi politici ed economici rivolti ai gruppi più estremisti, i quali appaiono sempre più come gli attori principali di questo nuovo, preoccupante fronte.
Avvertimenti inascoltati e il contesto regionale
La complessità del momento attuale è ulteriormente accentuata da rivelazioni che gettano una luce inquietante sul periodo precedente all'assalto del sette ottobre. Emerge, da documenti riservati, che circa tre mesi prima che Hamas portasse a termine il suo massacro, il allora capo dello Shin Bet Ronen Bar avesse inviato al primo ministro Benjamin Netanyahu una relazione classificata. In quel testo, si legge, si sollecitava con urgenza un cambio di rotta nella politica verso Gaza, delineando al contempo una proposta per un approccio strategico completamente nuovo da adottare nei confronti dei fondamentalisti e delle altre minacce alla sicurezza. Un avvertimento che, stando ai fatti successivi, non venne evidentemente colto, lasciando spazio a una delle pagine più sanguinose della recente storia mediorientale.
Le ripercussioni oltre i confini
L'analisi di questa spirale di tensione non si limita ai territori contesi, ma guarda con apprensione alle sue possibili ripercussioni internazionali. L'arabista Gilles Kepel, un osservatore attento delle dinamiche del mondo musulmano, ha lanciato un monito chiaro: dopo gli eventi di Gaza, il rischio di un ritorno del terrorismo anche in Europa è un'eventualità concreta che non può essere sottovalutata. La combinazione tra il conflitto aperto e la guerra strisciante in Cisgiordania crea un humus di instabilità le cui onde d'urto, come più volte accaduto in passato, hanno la capacità di propagarsi ben oltre il Vicino Oriente, toccando da vicino la sicurezza delle capitali europee.




