Torino, la guerriglia di una serata: idranti e lacrimogeni per l’ombra di Askatasuna
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Redazione Interno
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Non solo il corteo pacifico del pomeriggio, dunque, a segnare la giornata di sabato 18 aprile nel capoluogo piemontese. Perché se da un lato le vie del centro avevano accolto la consueta manifestazione pro Palestina, con il suo carico di slogan contro la guerra e la strappatura di una bandiera israeliana davanti alla sede dell’associazione Italia Israele -1-8, è stata la serata a trasformare la protesta in scontro aperto. A quattro mesi esatti dallo sgombero del centro sociale Askatasuna, avvenuto lo scorso 18 dicembre, la tensione accumulata è esplosa davanti a quell’edificio di corso Regina Margherita 47 che per quasi trent’anni ha rappresentato un baluardo dell’antagonismo torinese, ed è proprio lì, dove le saracinesche sono abbassate e i muri ancora mostrano i segni del blocco, che la rabbia ha trovato il suo sfogo.
La serata, organizzata come una street parade dal comitato di quartiere “Vanchiglia insieme”, aveva inizialmente l’apparenza di una festa musicale per reclamare quello che gli attivisti definiscono il diritto alla socialità perduta. E invece, quando il corteo partito da piazza Statuto ha deviato il suo flusso verso il quartiere, superando le zone consentite, la musica ha ceduto il passo ai cori. Intorno alle 21.30, centinaia di manifestanti si sono radunati in via Buniva, proprio alle spalle della palazzina sgomberata; qui, protetti dall’oscurità, hanno iniziato a intonare «fuori le truppe di occupazione», un riferimento diretto al presidio fisso delle forze dell’ordine che da quattro mesi impedisce una nuova occupazione del sito.
Idranti in azione e lancio di oggetti: la risposta delle forze dell’ordine
La situazione è rapidamente degenerata quando un gruppo di antagonisti ha forzato le distanze di sicurezza, avvicinandosi alle barriere protettive e ai mezzi blindati schierati a difesa dell’immobile. Secondo le prime ricostruzioni, contro gli agenti è partito un fitto lancio di oggetti di vario genere, bottiglie di vetro e pietre, che ha reso necessario l’intervento immediato delle unità antisommossa. Per disperdere la folla e ripristinare un minimo di ordine pubblico, la polizia ha fatto ricorso a idranti e ad alcuni lacrimogeni, spingendo i dimostranti all’indietro con l’uso di scudi; gli scontri, sebbene violenti, sono durati poco più di qualche minuto, sufficienti però a lasciare sul terreno i rottami delle bottiglie e una scia di polemiche.
Questo episodio rappresenta solo l’ultimo, prevedibile capitolo di una vicenda giudiziaria e sociale che tiene banco in città da mesi. Askatasuna, il cui nome significa “libertà” in basco, era stato sgomberato nel quadro di un’inchiesta che ha portato a un maxi-processo; in primo grado, lo scorso marzo, i maggiori esponenti erano stati assolti dall’accusa di associazione per delinquere, ma la procura ha presentato ricorso e il dibattimento d’appello è già in corso, con la richiesta di sentire nuovamente gli investigatori della Digos. La struttura, storicamente legata al movimento No Tav e all’autonomia, era sotto sequestro e il suo futuro resta incerto, tanto che circola l’ipotesi di un abbattimento, anche se al momento si procede con il dispendioso presidio statico.
La giornata lunga di proteste tra bandiere bruciate e accuse al governo
Il pomeriggio, infatti, era trascorso in modo decisamente più pacifico, se si esclude l’atto dimostrativo contro i simboli dello stato ebraico. Il corteo, promosso dal coordinamento Torino per Gaza e sostenuto da realtà come Potere al Popolo e Rifondazione, ha attraversato il centro storico con uno striscione che inneggiava alla «resistenza popolare». Oltre alla contestazione contro le politiche di Israele, non sono mancati attacchi diretti al governo italiano, accusato dagli organizzatori di approvare decreti sicurezza che limitano il dissenso e di equiparare artificiosamente l’antisionismo all’antisemitismo.
Tuttavia, a rendere concreta la sfida alle istituzioni è stata proprio l’incursione notturna a Vanchiglia. Il corteo era partito ufficialmente alle 16 da piazza Statuto con destinazione dichiarata piazza Vittorio, ma ha proseguito verso la zona dell’ex centro sociale, dove i manifestanti hanno cercato di forzare il cordone. È in questo contesto che si inserisce la cosiddetta “militarizzazione” del quartiere denunciata dal comitato, una condizione che gli attivisti ripetono essere inaccettabile perché, a loro dire, trasforma un’intera area urbana in una zona di guerra.
Il simbolo dell’ex centro sociale e il costo del presidio
L’ex sede di Askatasuna, che si trova a pochi passi dalla Mole Antonelliana, è diventata così il catalizzatore di una protesta che si intreccia inevitabilmente con quella per la Palestina. Durante la manifestazione pomeridiana, oltre alla bandiera israeliana strappata, sono state bruciate anche alcune bandiere di carta degli Stati Uniti, a dimostrazione di un’opposizione frontale alla politica estera occidentale. I manifestanti, che i giornali locali stimano in oltre 400 unità, hanno scandito slogan come «Noi la guerra non la vogliamo», mescolando la causa mediorientale con la battaglia locale contro lo sgombero.
L’aspetto economico del presidio è un altro dei nodi sollevati dagli antagonisti, che calcolano in milioni di euro il costo per la collettività di tenere sigillato quello stabile vuoto. Dopo la mezzanotte, la situazione è tornata gradualmente alla calma, ma la questura tiene alta l’attenzione in vista dei prossimi appuntamenti. Con il 25 aprile e il 1° maggio all’orizzonte, le prossime settimane si annunciano infuocate: la data della Festa dei Lavoratori, in particolare, è già stata segnata in rosso dagli organizzatori come il giorno in cui tenteranno di riaprire i giardini dell’area e di riappropriarsi fisicamente di quello spazio. Quella di sabato, insomma, è stata solo l’avanguardia di una stagione di mobilitazioni che si preannuncia lunga e destinata a ripetere, molto probabilmente, lo stesso copione di idranti e lacrimogeni.




