Delmastro, la giunta nega le chat alla procura. La maggioranza fa muro, opposizioni insorgono

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un primo, decisivo stop all'attività della magistratura. La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, con il voto compatto della maggioranza di centrodestra, ha infatti respinto la richiesta della procura di Roma di acquisire le chat tra l'ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e il ristoratore Mauro Caroccia, figura centrale nell'inchiesta sul clan Senese e già condannato per intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso.

La decisione, che ha trovato il sostegno del relatore Pietro Pittalis di Forza Italia, si basa su un'articolata relazione che ha evidenziato, come riferito da fonti parlamentari, la presunta genericità della richiesta dei magistrati, l'assenza di una delimitazione temporale precisa e la mancata dimostrazione dell'impraticabilità di mezzi investigativi meno invasivi.

Un verdetto che, lungi dal chiudere la vicenda, ne sposta ora il baricentro politico nell'Aula di Montecitorio, dove il prossimo 30 luglio si terrà il voto definitivo che potrebbe, seppure con margini ristretti, ribaltare l'esito della Giunta.

La scelta della Giunta e le motivazioni del relatore

La seduta della Giunta per le autorizzazioni, presieduta da Pietro Pittalis, ha visto la maggioranza far quadrato attorno al deputato di Fratelli d'Italia, il quale, a sua volta, si era rimesso alla decisione dei colleghi. Le motivazioni tecniche addotte da Pittalis per giustificare il diniego hanno toccato i nodi procedurali della richiesta d'acquisizione: una "genericità dell'oggetto" che avrebbe reso la misura, secondo la Giunta, sproporzionata rispetto alla tutela delle prerogative parlamentari, sancite dall'articolo 68 della Costituzione.

Un'interpretazione, quella della maggioranza, che di fatto trasforma il vaglio parlamentare in un filtro sostanziale sull'attività investigativa, sollevando un muro tra la procura e gli elementi di prova ritenuti "essenziali" per le indagini. Dall'altro lato, il centrosinistra ha votato compatto contro la relazione, denunciando un tentativo di insabbiamento e l'uso distorto di uno strumento pensato per tutelare la libera espressione dei parlamentari, non per ostacolare la giustizia in inchieste che toccano la criminalità organizzata.

La protesta del M5S e la tensione a Palazzo Madama

La reazione delle opposizioni non si è fatta attendere e ha immediatamente acceso gli animi a Palazzo Madama. I senatori del Movimento 5 Stelle, guidati dal capogruppo Luca Pirondini, hanno dato vita a una protesta plateale occupando i banchi del governo e sventolando cartelli con la scritta "Fuori le chat".

Un gesto forte che ha portato alla sospensione della seduta e a momenti di alta tensione, in particolare quando il senatore di Fratelli d'Italia Roberto Menia ha strappato uno dei cartelli dalle mani di Pirondini, generando un acceso battibecco.

La presidente di turno Mariolina Castellone è stata costretta a sospendere i lavori, mentre il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha commentato l'accaduto definendolo "un evento che fa parte delle dinamiche parlamentari, non le migliori", sottolineando come la ripetizione di certi episodi, per quanto noti, non migliori il giudizio sull'istituzione.

Le accuse dell'opposizione: "Scudo per proteggere i clan"

Al di là del parapiglia parlamentare, il nodo politico resta di straordinaria gravità. L'opposizione, in particolare il Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra, ha attaccato frontalmente il governo, parlando di una "deliberata ingerenza" per ostacolare il lavoro degli inquirenti e di "due pesi e due misure" nella gestione della legalità.

Il deputato del Pd Matteo Orfini ha parlato di "scudo protettivo riservato esclusivamente ai propri dirigenti di partito", mentre il capogruppo di AVS Peppe De Cristofaro ha ricordato come la destra "spenga i riflettori" sulle indagini di mafia quando sono coinvolti i suoi esponenti. La protesta più dura è giunta da Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, che in un video social ha rilanciato il paragone con Paolo Borsellino: "La smettano di dire che la loro azione politica si ispira al pensiero di Borsellino.

Dopo il salvataggio di Santanchè, avete perso un'altra volta la faccia". L'accusa di fondo è che la maggioranza, usando il Parlamento come scudo, stia mettendo un parafulmine per proteggere Delmastro, nonostante le sue dimissioni da sottosegretario dello scorso marzo, in un'inchiesta che vede protagonisti i presunti affari del clan Senese e la società Bisteccherie d'Italia.

L'iter procedurale e il ruolo della Procura

Il voto della Giunta rappresenta solo il primo atto di un procedimento che si annuncia lungo e complesso. La parola passa ora all'Aula della Camera, dove la maggioranza dovrà confermare il no al sequestro delle chat. Un passaggio cruciale che, a meno di colpi di scena, dovrebbe ratificare la decisione di Montecitorio, sancendo di fatto l'impossibilità per i magistrati di utilizzare quelle conversazioni.

La procura di Roma, dal canto suo, aveva definito le chat "essenziali" per le indagini, pur ribadendo che Delmastro non è formalmente indagato e che gli approfondimenti riguardano esclusivamente Caroccia e la figlia Miriam per i reati di intestazione fittizia e riciclaggio aggravati dalla finalità mafiosa.

Non è escluso, anzi, che la Procura possa valutare un'eccezione di costituzionalità o un conflitto di attribuzione, considerando che il diniego potrebbe pregiudicare l'accertamento della verità in un'inchiesta che tocca le infiltrazioni mafiose nel tessuto economico romano. La vicenda, insomma, potrebbe riaprirsi sul piano giudiziario, con la Corte Costituzionale chiamata a dirimere il conflitto tra la necessità di investigare e l'inviolabilità delle prerogative parlamentari.

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