ddl sgomberi, la svolta di meloni tra accelerazione delle procedure e la replica di bonelli
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Redazione Interno
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L’esecutivo, guidato da Giorgia Meloni, ha messo il turbo sulla questione degli sfratti. Con l’approvazione del disegno di legge sullo sgombero degli immobili – un provvedimento che affonda le radici nel più ampio “Piano casa” – il governo punta a risolvere quella che definisce una stortura storica del mercato immobiliare italiano, ovvero la paralisi delle procedure di rilascio. La titolare di Palazzo Chigi, rivendicando l’intervento attraverso i social, ha sottolineato come “per troppo tempo” chi metteva a disposizione un’abitazione sia rimasto sostanzialmente disarmato davanti alle occupazioni abusive o alla morosità cronica degli inquilini. Una condizione, quella dei proprietari, che secondo la presidente del Consiglio ha finito paradossalmente per ritorcersi contro gli stessi inquilini: la paura di non rientrare in possesso del proprio bene ha infatti spinto molti a lasciare gli appartamenti sfitti o a virare verso locazioni brevi, riducendo l’offerta e facendo schizzare i canoni.
La stretta si concretizza in un meccanismo giuridico pensato per essere più rapido rispetto all’attuale convalida di sfratto. Il cuore della manovra è l’introduzione della “ingiunzione di rilascio per finita locazione”; una procedura che consente al locatore di rivolgersi al giudice già prima della scadenza naturale del contratto. Se il giudice accoglie la richiesta, emette un decreto motivato in un “termine accelerato” che, stando alle bozze del provvedimento, non supera i quindici giorni dal deposito del ricorso. L’ingiunzione, come spiegato durante la conferenza stampa post-Cdm, opera senza dilazione dalla scadenza del contratto. Per chi non dovesse ottemperare, è prevista una sanzione pecuniaria (calcolata sull’1% del canone mensile per ogni giorno di ritardo) che funge da deterrente contro comportamenti ostruzionistici. L’obiettivo dichiarato, inoltre, è quello di tagliare i tempi morti delle notifiche e delle esecuzioni, riducendo da sessanta a trenta giorni il termine massimo per fissare il rilascio quando si procede per morosità.
La visione di meloni: una nazione seria e la tutela dei “cittadini onesti”
Nelle dichiarazioni rilasciate dopo il Consiglio dei ministri (e ribadite con forza sui profili social della leader di Fratelli d’Italia), emerge una narrazione precisa: quella della contrapposizione tra la legalità e una certa “demagogia mascherata da solidarietà”. Meloni, utilizzando un lessico netto e privo di ambiguità, ha parlato di “nazione seria” che difende i “cittadini onesti”. Una definizione, quest’ultima, che abbraccia sia chi paga regolarmente il canone, sia il proprietario che subisce un’ingiustizia patrimoniale. Da questo punto di vista, il provvedimento è stato accolto con favore da associazioni come la Confedilizia, che vedono nelle parole della premier una svolta epocale nell’approccio dell’esecutivo al tema della proprietà privata; un tema che, a lungo, è stato sacrificato sull’altare di un’assistenza mal gestita che alla fine penalizzava entrambe le parti coinvolte nel rapporto locatizio.
La ratio della riforma, quindi, è duplice: da un lato restituire certezze a chi investe nel mattone, dall’altro rimettere in circolo immobili oggi sottratti al mercato. Una mossa che, nelle intenzioni di Palazzo Chigi, dovrebbe contribuire ad aumentare l’offerta di alloggi liberi, alleviando la pressione sui prezzi in un momento storico segnato da tassi d’interesse alti e inflazione galOppante. L’intervento si colloca idealmente in continuità con le precedenti misure sulla sicurezza, estendendo la logica del “pugno duro” anche al campo civile dei contratti di locazione.
Il tiro incrociato delle opposizioni: bonelli e la denuncia della “ferocia sociale”
Se da una parte della barricata si esulta per “la fine dei tempi morti”, dall’altra levano la voce critiche feroci che accusano l’esecutivo di colpire i più fragili. Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, ha commentato l’annuncio social della premier con un attacco durissimo, parlando apertamente di “ferocia sociale”. Bonelli ha ribaltato la narrazione governativa, sottolineando come oltre l’80% degli sfratti sia causato da morosità e non da occupazioni abusive con scasso; una morosità, ha aggiunto, che colpisce prevalentemente chi ha canoni di affitto inferiori ai 500 euro mensili. Per il leader ambientalista, il governo sta usando la mazza contro famiglie già provate dalla perdita del lavoro, dall’inflazione o da malattie improvvise, senza aver preventivamente costruito una rete di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP) o rifinanziato i fondi per il sostegno agli affitti.
Il timore espresso dall’opposizione è che la stretta trasformi i 40.00 sfoghi annui – quelli censiti per mancati pagamenti – in altrettanti potenziali sfratti lampo, gettando centinaia di migliaia di persone in mezzo alla strada. A questa accusa, il governo risponde con i correttivi inseriti nel testo: pur nell’accelerazione, il provvedimento prevede clausole di salvaguardia per gli over 70, i malati terminali o le persone con disabilità grave, per le quali l’ufficiale giudiziario può comunque differire l’esecuzione (seppur con un limite massimo di dilazioni). Un bilanciamento che, tuttavia, Bonelli e l’area progressista giudicano insufficiente, definendolo un alibi per mascherare un attacco frontale al diritto all’abitazione.
Il nodo strutturale della macchina giudiziaria
Al di là dello scontro politico, il ddl tocca una piaga tecnica che affligge i tribunali italiani: la lentezza cronica delle esecuzioni immobiliari. Nelle sue linee guida, il provvedimento mira a semplificare l’iter burocratico eliminando passaggi ritenuti superflui. Fino a oggi, anche una volta ottenuta la convalida dello sfratto, i proprietari dovevano spesso attendere mesi (se non anni) prima che l’ufficiale giudiziario potesse effettivamente procedere allo sgombero, a causa dei carichi di lavoro e della complessità delle notifiche. L’introduzione di una procedura accelerata per ottenere il “titolo esecutivo” in via giudiziale – e la contestuale riduzione dei termini per l’opposizione dell’inquilino – rappresenta un cambio di paradigma: non si accelera solo l’esecuzione materiale, ma l’intero processo che porta alla sentenza di rilascio.
Resta da vedere come i singoli tribunali – o le nuove Autorità amministrative eventualmente preposte – riusciranno a gestire l’impatto operativo di questa accelerazione imposta dalla legge. La norma, infatti, non modifica la sostanza della crisi abitativa (che richiederebbe politiche strutturali di edilizia sociale), ma agisce esclusivamente sul fronte della reattività dello Stato di fronte a una violazione contrattuale. Una scelta chiara che rimette al centro la proprietà privata, spostando l’ago della bilancia dalle tutele del “deboli” (classicamente l’inquilino) alla certezza del creditore.




