Bulgaria al voto, l’ottavo scrutinio in cinque anni consegna la sfida a Radev

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dopo la boccata d’aria per Bruxelles arrivata dal voto in Ungheria, che ha segnato la fine dell’era di Viktor Orbán, l’Unione europea guarda ora con apprensione alla Bulgaria. Il Paese, chiamato alle urne oggi domenica 19 aprile, potrebbe infatti consegnare la vittoria – per l’ottava volta in soli cinque anni – all’ex presidente Rumen Radev, figura che il mondo politico fatica a catalogare, oscillando tra promesse di lotta alla corruzione e posizioni giudicate filorusse.

Il protagonista di questa nuova tornata elettorale, la numero otto da quando nel 2021 il caos politico ha preso il sopravvento, è un ex comandante dell’aeronautica. Radev, che ha lasciato la presidenza a gennaio in anticipo per tuffarsi nell’agone parlamentare, guida la coalizione di centrosinistra "Bulgaria Progressista", un cartello elettorale nato solo un mese fa che i sondaggi danno stabilmente tra il 30 e il 35% dei consensi. Se da un lato cavalca l’onda del malcontento popolare contro il “modello oligarchico” che, a suo dire, prosciuga il Paese, dall’altro la sua retorica lascia intravedere una deriva ambivalente sul fronte geopolitico.

L’incognita della governabilità e lo spettro dell’instabilità

Dal 2021, la Bulgaria ha avuto sette primi ministri; nessuno di loro è riuscito a portare a termine un mandato completo, intrappolati in un sistema frammentato che produce solo alleanze fragili. E anche stavolta, nonostante il netto vantaggio nei confronti del partito conservatore Gerb dell’ex premier Borissov (fermo intorno al 20%), il rischio concreto è che nessuna forza politica ottenga la maggioranza assoluta dei 240 seggi del parlamento unicamerale. La scelta di Radev di dimettersi dalla carica super partes per scendere in campo direttamente è vista dagli analisti come un azzardo calcolato, finalizzato a capitalizzare la sua popolarità personale, una dote rara in un Paese dove la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici.

La questione russa e l’ambiguità sul palcoscenico europeo

Ciò che preoccupa Bruxelles, a una settimana esatta dalla caduta di Orbán, non è solo la crisi interna di Sofia. Radev, che durante i suoi nove anni di presidenza ha spesso criticato l’invio di aiuti militari a Kiev, si è distinto per un approccio definito “pragmatico” verso Mosca. In campagna elettorale ha ammorbidito i toni rispetto al passato, ma i suoi oppositori agitano lo spettro di un nuovo leader “euroscettico” che potrebbe seguire l’esempio ungherese. Ha definito “non normale” importare energia da rotte lontane quando le risorse del Mar Nero sono a due giorni di navigazione e si è opposto all’ingresso della Bulgaria nell’euro, entrato in vigore il primo gennaio tra le polemiche. Queste posizioni, combinate con la retorica contro l’élite corrotta, lo rendono un rebus per il Palazzo dell’Europa.

Il voto tra proteste sociali e frantumazione della sinistra

Le urne si aprono in un clima di forte tensione sociale, ereditato dalle proteste di fine 2025 che travolsero l’ultimo governo guidato da conservatori e liberali. La scintilla fu la legge di bilancio, ma presto la rabbia si è concentrata sulla percezione di uno “stato mafioso” incapace di gestire l’inflazione e la giustizia. In questo vuoto, Radev ha saputo attrarre un elettorato trasversale, pescando consensi sia a destra che a sinistra, tanto che il Partito Socialista tradizionale – storicamente una forza rilevante – rischia oggi addirittura di restare escluso dal parlamento, non superando la soglia di sbarramento del 4%. Se la vittoria di Radev sembra scontata, resta da vedere se riuscirà nell’impresa che ha fallito chi lo ha preceduto: tenere insieme un governo in un Paese esausto dalla politica.

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