Sciopero dei tir in Sicilia, tremila container bloccati nei porti fantasma: “Fermo a oltranza”
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Redazione Interno
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Il primo giorno di agitazione, quello indetto dal Comitato dei trasportatori siciliani, ha trasformato le aree portuali dell’Isola in una sorta di deposito a cielo aperto. Tredicimila bancali di merce destinata alla grande distribuzione, rimorchi e container – si parla di circa tremila unità – restano immobilizzati, in attesa di un segnale che al momento non sembra voler arrivare. La protesta, che gli autotrasportatori minacciano di rendere “a oltranza”, nasce da una miscela esplosiva di rincari, e la conferma arriva direttamente da Salvatore Bella, portavoce degli autotrasportatori, il quale ha ribadito la volontà di non arretrare di un millimetro finché non si troverà una soluzione tangibile sul tavolo.
Le ragioni della serrata tra caro gasolio e vincoli europei
Non si tratta di una semplice giornata di sciopero, bensì di una vera e propria paralisi strategica. I porti siciliani, presi d’assalto dai mezzi pesanti fermi, raccontano la fotografia di un comparto che scricchiola sotto il peso di costi ormai insostenibili. Se da un lato c’è l’impennata del prezzo del gasolio – che da sola basterebbe a mettere in ginocchio le aziende – dall’altro pesano le cosiddette “ecotasse” imposte dal sistema Ets (Emission Trading System). Un meccanismo europeo, quest’ultimo, che le compagnie di navigazione hanno scaricato integralmente sulle spalle degli autotrasportatori. “Da due anni – ha spiegato Bella – paghiamo circa 400 euro in più per viaggiare sulle navi”. A questi si aggiunge la guerra in Medio Oriente, che ha fatto schizzare i prezzi delle materie prime, rendendo di fatto impossibile per molti operatori coprire i costi vivi del servizio. La situazione non è isolata: analoghi segnali di collasso arrivano dalla Sardegna, dove l’associazione Autotrasportatori Sardi Riuniti denuncia un settore ormai allo stremo, con il rischio concreto di fare ricorso alla cassa integrazione.
La mossa in due tempi e il distinguo dell’Isola
Mentre il resto del Paese si preparava a un’assemblea calda indetta da Unatras, in Sicilia la protesta ha preso una piega autonoma. L’obiettivo dichiarato dai manifestanti è quello di non rifornire la Grande Distribuzione Organizzata, colpendo direttamente gli scaffali dei supermercati. A Catania, nella darsena, il blocco è totale: navi come quelle della Grimaldi sono salpate a vuoto, lasciando a terra un esercito di otto operatori logistici. I telefoni dei grandi gruppi, come Di Martino Group o Cassiba, squillano in continuazione: marchi nazionali come Parmalat chiedono se il latte arriverà sugli scaffali, ma la risposta è negativa. Non ci sono blocchi stradali o presidi violenti; la scelta è quella di una protesta “silenziosa” ma efficace, concentrata esclusivamente nei piazzali portuali. “Ci siamo staccati da tempo – ha chiarito il portavoce del comitato – perché i trasportatori siciliani hanno esigenze diverse rispetto agli altri, da noi è tutto più difficile e più caro”.
L’impasse politica e i fondi stanziati
Il governo regionale, nella persona del presidente Renato Schifani, ha tentato di correre ai ripari annunciando un emendamento da 25 milioni di euro. Un “pacchetto caro carburante” concepito per alleviare le sofferenze del settore, esteso anche all’agricoltura e alla pesca. Tuttavia, per i camionisti questa misura appare solo un palliativo. “Apprezziamo la sensibilità della Regione – ha dichiarato Bella – ma la soluzione può arrivare soltanto dal governo nazionale”. Le aspettative sono riposte in un tavolo con il ministro Matteo Salvini, al quale gli autotrasportatori chiedono impegni scritti e interventi strutturali ben più si. Senza queste garanzie, il fermo rimane. E mentre le trattative politiche languono, i container restano impilati a centinaia nelle darsene, con il rischio concreto che, a breve, gli scaffali dei supermercati possano davvero mostrare i primi vuoti.




