Sciopero dei trasportatori in Sicilia, la protesta per il caro gasolio mette a rischio gli scaffali dei supermercati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono ore di crescente tensione per le forniture di beni di prima necessità nell’Isola, dove il fermo indetto dal Comitato trasportatori siciliani, scattato nella notte tra il 13 e il 14 aprile, rischia di tradursi in un conto alla rovescia per la grande distribuzione. Il segretario del Comitato, Salvatore Bella, ha fotografato la situazione con una chiarezza che non ammette fraintendimenti: gli scaffali dei supermercati, come ha dichiarato all’Adnkronos, godrebbero di un’autonomia residua di sole 72 o 96 ore, trascorse le quali, in assenza di una svolta, si svuoterebbero completamente. La mobilitazione, che interesserà fino al 18 aprile tutte le attività nei porti commerciali siciliani – da Catania a Palermo, passando per Messina e Termini Imerese – è stata definita dai promotori come una serrata “a oltranza”, in attesa di risposte concrete che però, al momento, tardano ad arrivare.

L’allarme rosso di Assotir e lo spettro della speculazione

A inasprire ulteriormente il clima, già rovente per i rincari, è intervenuta la presa di posizione di Assotir, l’associazione che rappresenta gli autotrasportatori, la quale ha lanciato un vero e proprio “allarme rosso” sul futuro del settore. In una nota diffusa il 15 aprile, la presidente nazionale Anna Vita Manigrasso ha voluto ancorare la protesta siciliana a un contesto geopolitico preciso, definendola il risultato diretto "delle conseguenze economiche scaturite dallo scoppio della guerra tra Usa-Israele e Iran". A quaranta giorni dall'inizio del conflitto, viene spiegato, il prezzo del gasolio ha subito un’impennata fino a 50 centesimi al litro, una stangata che da sola basterebbe a mettere in ginocchio i bilanci delle imprese. C’è però un altro fronte, denunciato con altrettanta veemenza dall’associazione, che riguarda i fenomeni speculativi lungo la filiera distributiva: secondo i calcoli di Assotir, mentre i costi di trasporto giustificherebbero un rincaro al consumo intorno al 5%, sui banconi della grande distribuzione si registrano aumenti che in alcuni casi sfiorano il 30%, una pratica definita “scandalosa” che userebbe gli autotrasportatori come capro espiatorio.

Un fermo silenzioso ma efficace, tra code ai distributori e merci ferme in banchina

A differenza di altre proteste di categoria che in passato avevano paralizzato l’Isola con blocchi stradali e presidi, questa edizione della protesta presenta una caratteristica tattica ben precisa che ne aumenta l’efficacia sul lungo periodo, pur riducendone l’impatto immediato sulla viabilità. I mezzi pesanti restano fermi nei piazzali o direttamente nelle aree portuali, rifiutandosi di caricare e scaricare i semirimorchi dalle navi, ma senza creare barriere fisiche che possano generare un immediato rigetto popolare. Questo non significa che la tensione sia assente: la paura di rimanere a secco di carburante ha già scatenato lunghe code ai distributori, un segnale tangibile che la psicosi da scarsità sta facendo breccia tra i consumatori, mentre nei magazzini dei porti la merce resta accatastata in attesa di essere ritirata.

Il nodo dei fondi e la distanza tra Regione e governo nazionale

Sul tavolo della trattativa, intanto, la Regione Siciliana ha cercato di gettare un ponte d’emergenza, annunciando un pacchetto da 25 milioni di euro destinato non solo all’autotrasporto, ma anche all’agricoltura e alla pesca, comparti ugualmente colpiti dall’aumento dei costi di produzione. Lo stesso Salvatore Bella, pur apprezzando lo sforzo dell’esecutivo regionale guidato da Renato Schifani, non ha però mostrato alcuna intenzione di arretrare: la cifra stanziata, secondo il segretario, sarebbe ampiamente insufficiente – lui parla di un fabbisogno di almeno 100 milioni annui – e comunque non risolverebbe le criticità strutturali legate ai costi di imbarco, quelli che fanno lievitare il biglietto delle navi a lunga percorrenza. La soluzione, per i manifestanti, può passare esclusivamente da un intervento del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, guidato da Matteo Salvini, al quale viene chiesto un faccia a faccia per sbloccare le risorse legate alle quote Ets, i crediti di inquinamento che gli armatori ribaltano sugli autotrasportatori e che rappresentano, a loro dire, un tesoretto da utilizzare subito per calmierare i prezzi.

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