Fi, la successione si compie: Costa capogruppo alla Camera, Barelli al governo
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Redazione Interno
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La riunione dei deputati di Forza Italia, tenutasi nella tarda serata di ieri a Montecitorio, ha ufficializzato il passaggio di consegne alla guida del gruppo parlamentare, chiudendo – almeno per il momento – una fase di fibrillazione interna che aveva tenuto banco per diverse settimane. Enrico Costa, come ampiamente anticipato dagli equilibri maturati ai vertici del partito, è stato eletto per acclamazione, evitando così il ricorso a una conta che, a conti fatti, nessuno degli attori in campo aveva davvero interesse a celebrare. L’avvocato piemontese, che vanta un curriculum di tutto rispetto (ex ministro per gli Affari regionali e già viceministro della Giustizia), raccoglie dunque l’eredità di Paolo Barelli, la cui uscita di scena era stata formalizzata nelle ore precedenti, non senza una certa dose di amarezza da parte del diretto interessato.
Il clima, all’indomani della sconfitta referendaria e delle pressioni esercitate dalla famiglia Berlusconi per un “cambio di passo”, era destinato a riflettersi in una atmosfera densa di impliciti. Barelli, che pure aveva cercato di blindare la propria posizione forte di una crescita consistente del gruppo e di un’ottima intesa con il segretario Antonio Tajani, ha dovuto cedere il passo; la sua porta, come lui stesso ha voluto ribadire, è però rimasta “sempre aperta” per il successore. Se lo spumante versato nella sala dei gruppi era forse – a dire di qualche presente – non proprio eccelso, la sostanza politica del brindisi era chiara: si celebrava un armistizio più che una vittoria, un compromesso necessario per ricomporre le crepe apertesi nel centrodestra.
L’avvocato dei valori liberali e il discorso della coesione
Nel prendere la parola dopo l’applauso che ne ha sancito l’investitura, Costa ha immediatamente tracciato le coordinate della sua futura azione, cercando di coniugare la continuità con il rilancio. Ha ricordato la figura del fondatore, Silvio Berlusconi, dal quale ha detto di prendere ispirazione, e ha ringraziato il predecessore insieme al segretario Tajani, ma il suo discorso è andato dritto al cuore delle aspettative della minoranza: “coesione” e “competenza” sono state le parole d’ordine, accompagnate da un esplicito riferimento ai “valori liberali” come faro del gruppo. «Mettere al centro la persona e la sua libertà di scelta», ha aggiunto Costa, delineando una prospettiva che alcuni interpretano come un tentativo di dare a Forza Italia una fisionomia più nitida, distinta dagli alleati sovranisti, in vista della lunga campagna elettorale che porterà al voto del 2027.
Non è sfuggito agli osservatori, del resto, il peso specifico della mediazione affidata a Gianni Letta, il quale ha lavorato per rendere digeribile un profilo – quello dell’ex esponente di Azione e del Nuovo Centrodestra – che inizialmente non convinceva l’intera pattuglia dei deputati. La scelta di procedere per acclamazione, e non per voto palese, è servita proprio a mascherare quelle divisioni che, almeno per una sera, si sono volute sopire. L’assenza del vicepremier Tajani dalla riunione – poi formalmente raggiunto da un messaggio di auguri – ha comunque lasciato intendere come l’operazione sia stata più subita che gestita dall’apparato tradizionale del partito.
L’addio di Barelli e la poltrona di viceministro
Il capitolo Barelli, lungi dall’essere archiviato con la semplice restituzione delle deleghe, si chiude infatti con una promozione sul versante esecutivo. L’ex capogruppo, che aveva confessato ai cronisti di avere “tante cose da fare” e che il suo impegno “non poteva essere eterno”, è atteso a breve alla nomina di viceministro per i Rapporti con il Parlamento. Questa soluzione, maturata dopo un vertice a Palazzo Chigi con i vertici della maggioranza, rappresenta la classica valvola di sfogo dei giochi di palazzo: permette a Barelli di mantenere la presidenza della Federnuoto (carica incompatibile con un ministero tecnico “pesante”) e contestualmente lo gratifica con un ruolo di raccordo fondamentale, vista la sua profonda conoscenza delle dinamiche assembleari.
«Non ho nessuna richiesta», aveva inizialmente dichiarato l’interessato ai cronisti, nella tipica liturgia della falsa modestia che precede la nomina. Tuttavia, le fonti qualificate danno ormai per acquisita la sua entrata nel dicastero guidato da Luca Ciriani, dove affiancherà – o forse sostituirà nelle prerogative – l’altra forzista Matilde Siracusano. Si è evitato così il rischio che il malumore dell’ala più tradizionalista potesse riversarsi in emendamenti o colpi di scena durante l’assemblea, e si è provveduto a distribuire le pedine sul tabellone del sottogoverno, dove si stanno muovendo anche altri nomi (come quello di Chiara Tenerini al Lavoro).
Il nodo congressi e le crepe ancora aperte
Se il fronte parlamentare sembra aver trovato un assetto, quello territoriale resta il vero banco di prova per la tenuta del partito. L’elezione di Costa, nella prospettiva dei figli del fondatore, rappresenta soltanto il primo atto di una “rivoluzione” annunciata, che dovrebbe estendersi presto alla gestione dei congressi regionali. In diverse aree del paese – dalla Lombardia alla Sicilia, passando per la Puglia – la macchina organizzativa mostra segni di cedimento, con correnti pronte a sfidarsi a colpi di tessere non appena verranno aperte le urne.
L’incontro previsto tra il presidente del Piemonte Alberto Cirio e Marina Berlusconi sarà determinante per capire se si procederà a un rinnovo immediato o se, come qualcuno suggerisce, si cercherà di rinviare le scadenze per non esacerbare gli animi. La cautela imposta dalla famiglia, timorosa di fratture profonde, si scontra con l’impazienza di chi – come la vicepresidente del Senato Licia Ronzulli – chiede che al centro del dibattito tornino “i temi, i programmi e le idee” prima ancora delle poltrone. Una partita, insomma, ancora apertissima, dove la nomina di Costa assomiglia più a una tregua tattica che a una pace definitiva.




