Delia, “Bella Ciao” senza partigiani: “Fraintesa, era dedicata a tutti”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’eco della polemica non si è ancora spenta, eppure Delia ha rotto il silenzio con una precisazione che, a suo dire, mira a ricucire uno strappo più che ad alimentarlo. «Mi dispiace che il mio messaggio sia stato frainteso da una parte delle persone», ha dichiarato la cantante, chiarendo di aver voluto semplicemente allargare l’orizzonte di una canzone-simbolo. Quel «partigiano» trasformato in «essere umano» durante l’esibizione al Concertone del Primo Maggio 2026, spiega lei, non era affatto una cancellazione della Resistenza, bensì un tentativo – maldestro per molti – di includere altre vittime. Ha citato i civili uccisi in Ucraina, quelli in Iran e ha parlato di «genocidio» a Gaza, sostenendo che il brano, nella sua nuova veste, fosse dedicato anche a questi martiri contemporanei. Una posizione, la sua, che definisce netta contro «chi si arroga il diritto di togliere la vita ad altri esseri umani, oggi e sempre».
La versione dei Modena City Ramblers e la fedeltà all’originale
A replicare in modo quasi opposto, ma senza rancore, ci ha pensato Massimo Ghiacci, bassista storico dei Modena City Ramblers. Il gruppo emiliano, che ha «costruito la sua identità a partire da quella canzone», non ha mai sentito il bisogno di modificare una virgola del testo originale. «Bella ciao, cantiamola ora più che mai. Vale l’originale», ha tagliato corto Ghiacci. Per loro, habitué del Concertone e interpreti forse della versione più celebre del brano, l’invito è a mantenere intatto il simbolo, senza riscriverlo né adattarlo al sentimento del momento. La loro fedeltà, va detto, non è mai stata un atto di conservatorismo ma di coerenza artistica, radicata in decenni di concerti e di militanza culturale.
La shitstorm e l’intervento di Alessandro Gassmann
La parola cambiata – da «partigiano» a «essere umano» – è bastata a scatenare una shitstorm fuori controllo, con toni che in molti casi sono apparsi sproporzionati rispetto all’atto in sé. Il dibattito, però, ha assunto contorni più definiti quando personalità del mondo dello spettacolo hanno preso posizione. Su queste stesse pagine, Antonello Caporale aveva già definito quella modifica una «ingenua manomissione» capace di svuotare proprio il passaggio chiave del senso originario di Bella Ciao. A raccogliere il testimone, questa volta sui social, è stato Alessandro Gassmann. L’attore non ha usato giri di parole: «Non si possono cambiare le parole di “Bella ciao”. Hanno un senso ed una importanza che non possono e non devono cambiare». Per Gassmann – che ha consegnato la sua opinione in un post secco e senza cedimenti – il partigiano non è un qualsiasi essere umano, ma una figura storica precisa, il cui sacrificio non può essere diluito in un umanitarismo generico.
La cronaca di un dibattito che non intende spegnersi
Non c’è stata, finora, alcuna volontà di trovare una sintesi tra le parti. Da un lato Delia insiste sulla buona fede del suo gesto, ribadendo che l’intenzione era onorare i morti di tutte le guerre, dall’Ucraina a Gaza passando per l’Iran. Dall’altro, i difensori del testo originale – dai Modena City Ramblers a Gassmann, passando per una fetta larga del pubblico e della critica – ritengono inaccettabile riscrivere un canto partigiano per adattarlo a contesti che, per quanto drammatici, non ne condividono la radice storica. La discussione, alimentata più dalle reazioni social che da un confronto diretto tra le parti, si è trasformata in un caso culturale difficile da ricondurre al semplice equivoco. Resta il fatto che al Concertone 2026, per la prima volta, quella melodia è stata intonata con una parola diversa. E che quella parola, da sola, ha riacceso una tensione mai sopita sul confine tra memoria e attualità.




