Il concertone tra musica e polemiche: Delia e quel «Bella ciao» senza partigiani, Pelù su Mussolini «morto sul lavoro»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La lunga domenica romana di piazza San Giovanni, quella del Primo Maggio 2026, si è consumata all’insegna di un’alternanza continua tra la potenza sprigionata dal palco – dove si sono alternate decine di voci – e le tensioni, spesso più sottili, che hanno attraversato il pubblico e il dibattito social. È stato Paolo Belli, con la sua consueta carica trascinante, ad aprire ufficialmente la maratona alle 15.15, dando il via a una diretta Rai3 destinata a protrarsi – salvo la pausa per il telegiornale – fino a tarda sera. La conduzione affidata ad Arisa, Pierpaolo Spollon e BigMama ha retto l’impianto dello spettacolo, mentre gli ascolti si dividevano tra la folla presente e chi seguiva da casa i vari frangenti di una kermesse che, va detto, ha offerto molto più della sola musica.

L’attesa per i big e il caso Delia: quando «Bella ciao» diventa terreno di scontro

Se la prima tranche di esibizioni (dalle 15.15 alle 19) ha preparato il terreno con nomi di rilievo, è stata la ripresa delle 20 a concentrare i momenti di maggiore attesa: Fulminacci, Riccardo Cocciante, Serena Brancale, e poi la scaletta che molti attendevano – Ditonellapiaga, Emma, i Pinguini Tattici Nucleari, Madame e Geolier. Eppure, a tenere banco ben prima della loro salita sul palco, è stata un’altra artista: la cantante siciliana Delia, finita al centro di un vivace polverone mediatico per aver modificato il testo di «Bella ciao». La sua scelta, come ha spiegato la diretta interessata, è stata quella di sostituire la parola «partigiano» con «essere umano», un azzardo che lei stessa ha rivendicato come un tentativo – per sua stessa ammissione – di «allargare il campo» e rendere il brano più universale. Il risultato, sul web, è stato immediato: una ridda di commenti che divisi tra chi apprezzava l’operazione e chi la considerava una forzatura fuori luogo.

Litfiba e il pugno di Pelù: «Palestina libera» e l’affondo su Mussolini

Altro snodo cruciale della giornata, quello che ha visto risalire sul palco i Litfiba – riuniti per celebrare i quarant’anni di “I 7 re” – con Piero Pelù in prima linea. Il rock della band, sempre graffiante, si è fatto qui veicolo di messaggi espliciti: un grido corale di «Palestina libera» ha concluso la loro esibizione, anticipato dalla lettura di alcuni messaggi contro quelli che loro hanno definito «genocidi». Nel mezzo, un passaggio che ha letteralmente gelato per un istante piazza San Giovanni: Pelù ha definito Benito Mussolini «un morto sul lavoro», aggiungendo un attimo dopo – con un inciso che ha fatto la differenza – «ma è un morto sanguinario e traditore». Al di là della riuscita o meno della battuta, il contesto è apparso chiaro nella sua cifra di denuncia dei crimini del regime fascista, così come pochi minuti prima era stato esplicito il ricordo delle vittime di Chernobyl, senza particolari agiografie né fraintendimenti.

Tra inediti, ritorni e duetti: il palco come cassa di risonanza

Non solo polemiche, però. Il concertone ha registrato anche il ritorno live di Madame – attesa e commentata – e alcuni duetti a sorpresa che hanno ravvivato la lunga attesa del pubblico. BigMama, dal canto suo, ha portato sul palco una delle esibizioni più discusse con un vero e proprio «inno queer» che ha accompagnato la sua conduzione e la sua performance. Levante, invece, ha fatto parlare di sé con una t-shirt dedicata al presidente della Repubblica Mattarella, mentre i Pinguini Tattici Nucleari e Geolier hanno chiuso idealmente la serata tra le fasce più giovani, con una resa live che ha confermato la loro capacità di trascinare decine di migliaia di persone. Sul finale, nessuna sintesi né dichiarazione di chiusura: la piazza si è lentamente svuotata mentre i titoli di coda della diretta lasciavano spazio, ancora una volta, alle chiacchiere social e alle strascico di un Primo Maggio che – tra note e parole – ha voluto dire la sua, eccome.

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