Fermato il ventunenne che sparò al corteo dell’Anpi: la Digos lo individua con un fotogramma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ondata di indignazione seguita agli spari del 25 aprile – quelli che avevano ferito due militanti dell’Anpi, Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano, reduci dalla manifestazione per l’anniversario della Liberazione – trova una prima, decisiva risposta giudiziaria con il fermo di un ragazzo di 21 anni, rintracciato dalla Digos nella tarda serata del 28 aprile.

Il giovane, che sarebbe vicino alla comunità ebraica della Capitale per quanto emerso nelle prime fasi dell’inchiesta, è stato accusato del reato di tentato omicidio, oltre che di porto e detenzione illecita di armi; l’arma utilizzata, è bene ricordarlo, era una pistola ad aria compressa, un softair tecnicamente letale se usato a distanza ravvicinata ma che per fortuna, in questa circostanza, ha provocato ferite giudicate guaribili in pochi giorni. A incastrarlo, un lavoro certosino di ricostruzione digitale: gli inquirenti, visionando i filmati delle telecamere di sorveglianza della zona di via delle Sette Chiese – dove si è consumata l’aggressione nei pressi di parco Schuster – sono riusciti a estrapolare un fotogramma nitido. Quell’immagine, messa a sistema con le banche dati della motorizzazione, ha permesso di risalire alla targa del maxi scooter bianco utilizzato per la fuga e, di conseguenza, al proprietario, residente nella zona di viale Marconi.

La dinamica dell’agguato e la svolta investigativa

Secondo le ricostruzioni fornite dalle stesse vittime, il ventunenne si sarebbe avvicinato indossando una giacca mimetica di colore militare e un casco integrale scuro, che ne rendeva irriconoscibili i tratti del viso; fermata la marcia del suo scooter, avrebbe teso il braccio esplodendo diversi colpi a circa dieci metri di distanza, colpendo la coppia al collo, al volto e alla schiena. Non si è trattato di un gesto casuale, tant’è che gli inquirenti dell’antiterrorismo hanno coordinato le indagini: i due iscritti all’Anpi erano facilmente individuabili grazie al fazzoletto tricolore che portavano al collo, simbolo della Resistenza reso bersaglio politico. Il fermo, convalidato dalla procura capitolina, è scattato dopo quarantotto ore di indagini serrate e ha portato gli agenti a perquisire l’abitazione del ragazzo, dove sono stati presumibilmente trovati elementi a supporto dell’ipotesi accusatoria.

La presa di distanza della comunità ebraica e della Brigata

Non appena è emersa l’informazione relativa al legame del fermato con la comunità ebraica, non sono mancate reazioni nette e immediate dal fronte associativo. «Il fermo di un ragazzo iscritto alla Comunità Ebraica di Roma per i fatti del 25 aprile ci riempie di sgomento e indignazione», ha dichiarato il presidente della Comunità ebraica romana, condannando senza riserve «qualsiasi forma di violenza antidemocratica» ed esprimendo piena solidarietà ai due feriti. Parallelamente, una precisazione altrettanto categorica è arrivata dal direttore del Museo della Brigata Ebraica di Milano, Davide Romano: «Provo orrore e condanno chiunque si permetta di usare il nome della Brigata Ebraica per compiere atti di violenza». Romano ha infatti chiarito che non esiste alcun legame formale tra il presunto responsabile e l’associazione storica che richiama il militante impegnato nella Resistenza, un chiarimento resosi necessario per evitare strumentalizzazioni che nulla hanno a che vedere con i valori fondanti di quel gruppo.

Le implicazioni giudiziarie e il profilo dell’indagato

Il giovane, difeso dall’avvocato Cesare Gai, si trova ora a dover rispondere di un’accusa molto pesante come quella di tentato omicidio, aggravata forse dall’uso di un’arma e dalla motivazione ideologica che sembra trasparire dalle modalità dell’attacco. La scelta di sparare in prossimità di un corteo antifascista – e in una data simbolica come quella del 25 aprile – ha orientato fin da subito le indagini verso la matrice politica, anche se gli investigatori continuano a valutare la posizione processuale senza escludere né confermare la presenza di un movente specifico oltre a quello della contrapposizione violenta. Nel frattempo, le vittime hanno ringraziato la polizia per la rapidità con cui è stato individuato l’aggressore, anche se la psicologa Rossana Gabrieli ha confessato ai quotidiani locali di provare «tanta tristezza al pensiero di un giovane di soli 21 anni che è già così imbevuto d’odio». Il procedimento penale è ora nelle mani del gip, che dovrà decidere sulla convalida del fermo e sull’eventuale applicazione di una misura cautelare in carcere o agli arresti domiciliari; l’interrogatorio di garanzia è atteso nei prossimi giorni.

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