Natanz, il bunker sotterraneo nel deserto: nuovo attacco al cuore del programma nucleare iraniano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È il cuore del programma nucleare iraniano, Natanz, una città dell’uranio sepolta tra il deserto e le montagne nel centro del Paese, 250 chilometri a sud di Teheran, finita ancora una volta sotto il fuoco ieri, ma intorno alla quale si combatte una battaglia senza esclusione di colpi da quasi 20 anni. Nel 2009, l’impianto di Natanz dove gli iraniani arricchivano l’uranio fu attaccato con un potentissimo virus informatico, lo Stuxnet, un’arma cibernetica sviluppata con ogni probabilità da Stati Uniti e Israele per mandare fuori controllo le centrifughe. E fu proprio il ritiro dall’accordo sul nucleare, deciso da Donald Trump nel 2018, a restituire a quel sito – oggi nuovamente sotto i riflettori – la sua centralità strategica, consentendo a Teheran di riprendere l’arricchimento a livelli mai visti dopo la firma dell’intesa. L’attacco di sabato mattina, rivendicato dai media iraniani come opera congiunta di americani e israeliani, ha preso di mira il complesso di arricchimento Shahid Ahmadi-Roshan, ma secondo l’organizzazione per l’energia atomica di Teheran non si sarebbero verificate fughe radioattive, né ci sarebbero rischi per i residenti nelle aree limitrofe.

La rappresaglia e i missili a 4mila chilometri

A distanza di tre settimane dall’inizio del conflitto, il regime iraniano ha svelato un asso nella manica: tentando di colpire l’isola di Diego Garcia, nel mezzo dell’Oceano indiano, ha mostrato che le sue armi hanno una gittata maggiore di quanto dichiarato. Si tratta, come hanno confermato i vertici militari israeliani, del primo utilizzo di missili a così lungo raggio in questa guerra, un salto tecnologico che cambia le coordinate del conflitto. E non si è fatta attendere la risposta iraniana all’attacco della centrale di Natanz: raid sulla città israeliana di Dimona, che ospita un reattore nucleare nel Negev, con decine di feriti; sotto attacco anche Arad, con ingenti danni e una bambina in gravi condizioni. I razzi, lanciati dai Guardiani della Rivoluzione, avevano come obiettivo dichiarato “installazioni militari”, ma la vicinanza ai siti sensibili – il reattore di Dimona dista solo una trentina di chilometri – ha fatto scattare l’allarme massimo, anche perché le difese aeree israeliane, pur funzionanti, non sono riuscite a intercettare i vettori.

La tentazione di Trump e il messaggio sui social

Bombardamenti sul sito nucleare di Natanz e preparativi per un raid finalizzato a sequestrare l’uranio arricchito ancora nelle mani dell’Iran. Sommando questi due sviluppi delle ultime ore, si riesce forse a interpretare meglio il messaggio pubblicato sui social venerdì sera dal presidente Trump, in cui diceva che sta considerando di «ridurre l’impegno» militare. Una dichiarazione, quella del tycoon, che arriva mentre i marines e i mezzi da sbarco continuano ad affluire nella regione e che ha lasciato perplessi persino gli alleati, divisi tra l’apprezzamento per la degradazione delle capacità militari iraniane e la preoccupazione per una guerra iniziata senza che fossero consultati. Il capo della Casa Bianca ha elencato obiettivi quasi raggiunti – dall’eliminazione della marina e dell’aeronautica iraniana alla messa in sicurezza dei partner del Golfo – ma ha anche gettato acqua sul fuoco, sostenendo che spetterà ad altri Paesi, non agli Stati Uniti, sorvegliare lo Stretto di Hormuz una volta che la minaccia di Teheran sarà stata “eradicata”.

Una guerra che allarga il suo raggio d’azione

Le ripercussioni degli scontri, intanto, travalicano i confini mediorientali: il capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir ha messo in guardia le capitali europee, rivelando che i nuovi missili utilizzati dall’Iran hanno una gittata tale da raggiungere Berlino, Parigi e Roma. Un avvertimento che ha fatto scattare l’allerta nei ministeri della Difesa del Vecchio Continente, mentre a Londra si è scoperto che l’attacco alla base di Diego Garcia era stato effettuato prima ancora che il governo britannico autorizzasse formalmente l’uso delle proprie basi per i raid americani. Nel frattempo, l’Arabia Saudita ha espulso l’addetto militare iraniano e altri quattro diplomatici, dichiarandoli *personae non gratae*, segno che le tensioni stanno risucchiando anche gli Stati della penisola arabica, dove le milizie filo-iraniane hanno intensificato le azioni contro le basi statunitensi.

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