Il mistero del nucleare iraniano: che cosa è stato distrutto davvero nel raid Usa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La rabbia di Donald Trump, che non ha esitato a definire «feccia» i media accusati di diffondere «fake news», nasce dalla pubblicazione di un rapporto del Defense Intelligence Agency (Dia) secondo cui i raid statunitensi sugli impianti nucleari iraniani avrebbero ritardato il programma atomico di Teheran solo «di qualche mese», anziché neutralizzarlo come sostenuto dalla Casa Bianca. «Fordow come Hiroshima», aveva invece esultato il presidente americano, convinto di aver inflitto un colpo decisivo. Ma i fatti, almeno stando alle valutazioni degli 007, sembrano raccontare una storia diversa.

L’Iran, dal canto suo, ha ammesso danni ingenti in tre strutture colpite durante la «guerra dei dodici giorni», sebbene permangano interrogativi sull’effettiva portata dei bombardamenti. Gli esperti, tra cui analisti indipendenti, ritengono che Teheran potrebbe riprendere lo sviluppo dell’atomica in tempi brevi, complicando ulteriormente uno scenario già carico di tensioni. Non è chiaro, inoltre, dove siano finite le scorte di uranio arricchito, elemento che alimenta il giallo sulle reali capacità residue del regime.

A gettare benzina sul fuoco è stato anche Dario Fabbri, direttore di Domino ed esperto di geopolitica, secondo cui «il dissidio tra gli apparati statunitensi e Trump» potrebbe aver giocato a favore dell’Iran, lasciando «parzialmente intatto» il suo programma nucleare. «La questione iraniana – ha spiegato durante un evento a Roma – rappresenta il tentativo di Israele e Usa di impedire a un attore chiave della regione di dotarsi dell’atomica». Una partita che, nonostante i proclami trionfalistici, sembra ancora lontana dall’essere chiusa.

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