Artemis II, il conto alla rovescia è iniziato: il modulo europeo è pronto a portare l’uomo (e la donna) verso la Luna
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Al Kennedy Space Center, in Florida, il conto alla rovescia per il ritorno dell’uomo nello spazio profondo è ufficialmente iniziato. Mentre l’orologio scorre inesorabile verso la finestra di lancio fissata per le 18:14 ora locale del primo aprile (le 00:24 del 2 aprile in Italia), tutti gli occhi sono puntati sul razzo Space Launch System (SLS), alta 98 metri e pronta a sprigionare la potenza necessaria per allontanare la capsula Orion dall’orbita terrestre. Dopo oltre cinquant’anni, esattamente dal termine del programma Apollo nel 1972, l’umanità si appresta a inviare nuovamente un equipaggio oltre l’orbita bassa: quattro astronauti, Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen, voleranno attorno al nostro satellite in una missione che durerà dieci giorni, senza però effettuare l’allunaggio. Ma il vero protagonista silenzioso di questa storica partenza, quello che permetterà ai quattro di sopravvivere e di manovrare nel vuoto, è il Modulo di Servizio Europeo (ESM-2), realizzato da Airbus per conto dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), ormai completamente integrato e rifornito.
Il “cuore” europeo di Orion: propulsione, aria e acqua per dieci giorni
A differenza della missione Artemis I, che aveva testato la struttura in modalità non abitata, Artemis II segna il debutto operativo delle funzioni vitali del modulo europeo. L’ESM, che funge da vero e proprio motore e “centrale elettrica” della navicella, non si limiterà a spingere Orion verso la Luna grazie ai suoi 33 motori – tra cui un motore principale riadattato dallo Space Shuttle e 24 piccoli propulsori per l’assetto – ma dovrà garantire la sopravvivenza dell’equipaggio in un ambiente ostile. A bordo trasporta 90 chilogrammi di ossigeno e 240 di acqua potabile, elementi che verranno pompati nel modulo di comando per sostenere i quattro astronauti durante il viaggio. Inoltre, il sistema di controllo termico attivo dovrà proteggere la capsula dagli sbalzi estremi di temperatura tipici dello spazio profondo, mentre i pannelli solari a quattro ali, una volta dispiegati, genereranno oltre 11 kilowatt di potenza, sufficienti ad alimentare anche i nuovi sistemi di comunicazione laser ad alta definizione. Un contributo fondamentale a questa architettura arriva anche dall’Italia: Thales Alenia Space (con sede a Torino) ha infatti realizzato la struttura primaria e secondaria, il sistema di controllo termico e i sistemi di distribuzione di acqua e gas, mentre Leonardo ha fornito i pannelli fotovoltaici e le unità di controllo della potenza.
Dieci giorni di volo, tra rischi meteorologici e nuove tecnologie
La finestra di lancio, che si protrarrà fino al 6 aprile, rimane condizionata da variabili atmosferiche e spaziali; gli ultimi bollettini indicano una probabilità dell’80% di condizioni favorevoli, anche se la copertura nuvolosa e l’attività solare restano sotto stretta osservazione. Una volta lasciato il suolo, il viaggio non sarà una semplice ripetizione delle gesta del passato. Durante la fase iniziale in orbita terrestre, il comandante Wiseman e il pilota Glover eseguiranno una dimostrazione di pilotaggio manuale, utilizzando i controller per comandare i 24 propulsori di reazione dell’ESM, un test cruciale per valutare la risposta del modulo da 13 tonnellate sotto il controllo umano prima di intraprendere la traiettoria lunare. La missione rappresenta un salto tecnologico non indifferente anche nelle comunicazioni: grazie alla potenza fornita dal modulo europeo, Orion testerà il sistema di comunicazione ottica O2O, una tecnologia laser capace di trasmettere dati a 260 megabit al secondo. Questo permetterà al pubblico di seguire il volo in streaming video 4K da vicino alla Luna, un lusso che gli astronauti dell’Apollo non potevano nemmeno immaginare.
Quattro astronauti, una nuova frontiera fatta di risorse e diversità
L’equipaggio, reduce da un periodo di quarantena pre-lancio, incarna il cambiamento rispetto alle missioni del secolo scorso. Koch sarà la prima donna a dirigersi verso la Luna, Glover il primo afroamericano a lasciare l’orbita terrestre bassa per lo spazio profondo, mentre Hansen rappresenterà il primo non americano a superare questi confini. Ma il ritorno sulla Luna, spiegano gli esperti, non è solo una questione di bandiere o di supremazia tecnologica. L’obiettivo dichiarato è costruire un avamposto umano stabile, un “trampolino” verso Marte che sfrutti le risorse in situ. La scoperta di ghiaccio d’acqua nei crateri permanentemente in ombra del Polo Sud lunare è considerata cruciale per questa strategia: trasformata in ossigeno respirabile e idrogeno per i propellenti, l’acqua consentirebbe di ridurre la dipendenza dai rifornimenti dalla Terra, abbassando costi e rischi. La polvere lunare, o regolite, viene studiata come materiale da costruzione e come potenziale fonte di metalli preziosi per l’economia del futuro.
L’eredità di Apollo e la sfida della permanenza umana
Se il fascino della conquista rimane intatto, il paradigma è profondamente cambiato: non si tratta più di “piantare una bandiera e tornare”, ma di imparare a vivere fuori dal pianeta. La missione Artemis II, con il suo carico di tecnologia europea, si pone quindi come il primo banco di prova per la sopravvivenza di lunga durata oltre l’orbita terrestre. L’ESM non solo dovrà garantire il supporto vitale immediato, ma la sua affidabilità determinerà il ritmo delle missioni successive, a partire da Artemis III, che riporterà l’uomo sulla superficie lunare, e dalla costruzione della stazione orbitale Gateway. In questo contesto, il ruolo dell’Europa, e dell’Italia in particolare, si rivela strategico: mentre la navicella Orion si allontana dalla Terra spinta dal razzo SLS, la sua capacità di mantenere in vita l’equipaggio e di navigare con precisione è affidata alle mani di ingegneri distribuiti in dieci nazioni europee.




