Prato Nevoso e la febbre della neve: quando il turismo di massa mette in crisi la montagna
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Redazione Interno
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La strada provinciale che serpeggia verso i comprensori del Mondolè, già ieri stretta tra tre metri di neve e una marea di automobili, è diventata il simbolo di una domenica da incubo. Un flusso ininterrotto di veicoli, carichi di famiglie e attrezzature, ha tentato di raggiungere le piste di Prato Nevoso, Artesina e Frabosa Soprana, trovando però un collo di bottiglia che si è esteso fino al centro di Villanova. L’abbondante innevamento natalizio, da sogno per gli operatori, si è così trasformato in un rompicapo logistico di proporzioni inattese, costringendo le autorità a un intervento straordinario. Non è bastata, infatti, l’ordinanza emanata il 27 dicembre per scaglionare i flussi in uscita da Frabosa Sottana, gestita dalla Polizia municipale: il 28, di fronte a una situazione ormai ingestibile, è stato necessario l’intervento della Prefettura con l’invio di rinforzi.
L'intervento delle forze dell'ordine per gestire il caos
Sul posto, oltre ai volontari della Protezione civile già impegnati da ore, sono giunte tre pattuglie dei Carabinieri da Mondovì – dislocate rispettivamente a Prato Nevoso, a Frabosa Sottana e presso i Gosi – e una della Polizia stradale da Saluzzo. Uno spiegamento di mezzi e uomini, il cui unico obiettivo era sciogliere quel nodo di auto e rispondere a una domanda di svago e di bianco che, semplicemente, ha superato ogni capacità di accoglienza del territorio. “Sul Mondolè, c’ero anch’io: migliaia di persone, neve, auto in coda, famiglie, bambini, entusiasmo”, ha scritto il Ceo di Tabui, Giorgio Proglio, in un commento che rifugge la ricerca di colpevoli semplici. La sua osservazione, piuttosto, punta il dito verso un sistema turistico che sembra ancora ancorato a stagioni prevedibili e a flussi lenti, un modello che evidentemente non regge più all’urto di una fascinazione collettiva improvvisa.
La fascinazione collettiva e il modello turistico superato
Quella dinamica, del resto, non è un’assoluta novità nell’epoca dell’overtourism, come dimostra il caso di Roccaraso in Abruzzo, esploso pochi mesi fa in modo “decisamente pirotecnico”. Anche lì, una località montana si era trovata al centro di un interesse mediatico e di una pressione umana così intensi da far parlare di un fenomeno sociale vero e proprio. Quel che accade oggi a Prato Nevoso, con migliaia di persone in coda non per un evento ma per la neve stessa, sembra ripercorrere lo stesso copione, rivelando l’inadeguatezza di infrastrutture e pianificazione di fronte a un desiderio di evasione che diventa massa critica. La strada a tornanti, l’unica via d’accesso, è diventata così la trappola di un successo che rischia di strozzarsi da solo, mentre in quota le presenze registrano numeri da record.
La sfida tra entusiasmo e sostenibilità
L’episodio, al di là delle singole responsabilità gestionali della giornata, fotografa con crudezza la transizione dolorosa di molti territori alpini, chiamati a conciliare l’entusiasmo per un boom di presenze – vitale per l’economia locale – con la sostenibilità reale di un modello che non può permettersi di ripetere weekend da “assalto”. La neve, motivo dell’attrattiva, rischia di essere soffocata dal traffico che genera, in un cortocircuito dove l’offerta di natura e sport viene compromessa dalla difficoltà di raggiungerla. Resta l’immagine di una domenica di fine dicembre dove la gita in montagna ha significato ore di attesa in macchina, uno sforzo collettivo di pazienza e, per le amministrazioni, una chiamata d’emergenza alle forze dell’ordine per tentare di riportare un minimo di ordine in una giornata finita fuori controllo.




