Pam, licenziati dopo il "test del finto cliente". Sindacati: "Una trappola"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un normale turno di lavoro, la ripetitiva scansione dei prodotti su un nastro trasportatore, si è trasformato, per alcuni dipendenti della catena Pam tra Siena e Livorno, nella premessa di un provvedimento disciplinare che ha portato al licenziamento. La dinamica, che ha suscitato immediate proteste, ruota attorno a una procedura di controllo interna, definita da alcuni “test del finto cliente”, durante la quale ispettori aziendali, simulando un acquisto ordinario, avrebbero occultato nel carrello della spesa alcuni articoli, facendoli così passare come oggetti sottratti. Il personale addetto alle casse, il quale non avrebbe rilevato la presunta sottrazione, è stato quindi soggetto a contestazione e, in almeno tre casi accertati, alla risoluzione del rapporto di lavoro.

La reazione delle organizzazioni sindacali

La Filcams Cgil, che per prima ha sollevato il caso, ha definito la pratica “una trappola”, sottolineando come i compiti dei lavoratori non includano funzioni di vigilanza e di polizia. “I lavoratori non sono poliziotti”, hanno affermato i sindacalisti, evidenziando la sproporzione tra la mancata segnalazione di un furto simulato e la sanzione del licenziamento, giudicata eccessiva e pretestuosa. La protesta, nata dai fatti di cronaca che hanno coinvolto i punti vendita di Siena e Livorno, ha iniziato a raccogliere adesioni, portando la vicenda ben oltre i confini delle singole sedi.

Le conseguenze politiche del caso

La questione ha ormai superato l’ambito puramente sindacale per approdare in Parlamento, dove un deputato di Alleanza Verdi Sinistra ha annunciato un’interrogazione alla ministra del Lavoro. L’esponente politico, Marco Grimaldi, ha parlato di decisioni “disumane e pretestuose” da parte della direzione aziendale, chiedendo chiarimenti sull’ammissibilità di simili metodi di controllo del personale, i quali, a suo dire, creano un clima di lavoro insostenibile e basato sulla diffidenza. La vicenda giudiziaria, per il momento, resta circoscritta alle contestazioni disciplinari interne.

La difficile posizione dei cassieri

Ciò che emerge con chiarezza dalla ricostruzione dei fatti è la sostanziale impossibilità, per un addetto alla cassa, di dover scrutare ogni singolo contenuto del carrello di un acquirente, il cui compito principale rimane quello di far pagare i prodotti che gli vengono presentati, non di perquisire le borse o di indagare su possibili occultamenti. La procedura, che rievoca metodi da altro secolo, sembra ignorare del tutto le reali condizioni e i tempi serrati di un moderno punto vendita della grande distribuzione, dove la velocità di esecuzione è spesso premiata più della sospettosa meticolosità.

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