La prima via crucis di Leone XIV, quel legno caricato di tutte le sofferenze del mondo
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Redazione Interno
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«Dolce legno, dolce peso», recita il più antico inno liturgico dedicato alla passione di Cristo. Eppure, nella sera del Venerdì Santo, il legno della croce che papa Leone XIV ha sollevato tra le mura del Colosseo – reggendolo personalmente per tutte le quattordici stazioni – appariva gravato da un fardello che andava ben oltre il racconto evangelico. Il pontefice, infatti, ha scelto di caricare quel simbolo «di tutte le sofferenze del mondo», trasformando il rito tradizionale in un affresco crudo della realtà contemporanea. Tra le circa trentamila persone accorse – un microcosmo di lingue e volti, con classi arrivate dalla Francia, fedeli dalla Spagna e pellegrini persino dall’Indonesia – si respirava un’attesa sospesa, rotta solo dal chiacchiericcio di chi, fin dal primo pomeriggio, cercava di accaparrarsi un posto per scorgere il Santo Padre.
Il peso delle guerre e l’abuso del potere
A rendere unico questo appuntamento – il primo del suo pontificato in occasione del Venerdì Santo – è stato il contenuto delle meditazioni, affidate a padre Francesco Patton, frate minore e già custode di Terra Santa. Nei suoi testi, l’attualità più drammatica si è insinuata tra le parole dei Vangeli: il pontefice ha invitato esplicitamente a raccontare i conflitti «con gli occhi delle vittime», rifiutando la logica distaccata di un «videogioco» o di un «wargame». Un passaggio, in particolare, ha scosso l’assemblea quando, commentando la prima stazione, si è letto che «c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento». La riflessione di Patton non lasciava spazio a fraintendimenti: «Ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto – si legge nel testo – il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace».
Un silenzio rotto dalle lacrime e dalla cronaca
Mentre la croce avanzava lentamente sotto la luce fioca delle fiaccole, le preghiere si sono fatte supplica per le piaghe del presente. «Donaci lacrime, Signore, per piangere sui disastri delle guerre, sui massacri e i genocidi, sul cinismo dei prepotenti», hanno chiesto i fedeli, in un crescendo di pathos che ha coinvolto anche i volti dei numerosi statunitensi presenti tra la folla. Tuttavia, il dramma della Passione non era l’unico tema della serata. L’attenzione, in questi giorni, si è concentrata anche su fatti di cronaca nera che hanno scosso l’opinione pubblica, come la vicenda accaduta in provincia di Bergamo dove un tredicenne ha accoltellato la sua insegnante di francese. Un gesto – ha ricordato l’analisi del caso – compiuto dallo studente mentre indossava una maglietta con su scritto “Vendetta”, e che riporta alla luce le crepe profonde del disagio giovanile e la fragilità di quel patto educativo che, a volte, si spezza in modo violento.
Lo sguardo oltre l’arena
Nelle meditazioni di padre Patton, inoltre, non sono mancati riferimenti alla condizione di chi è privato della libertà o della dignità. L’autore ha spinto lo sguardo fino a Mondragone, nel Casertano, dove si segnalano criticità legate all’occupazione di spazi – tra cui alcuni ruderi di epoca romana – da parte di gruppi rom, e fino alle frontiere dell’alimentazione, con un’inchiesta che prosegue sui grilli, considerati da alcuni il presunto cibo del futuro. La croce, dunque, è diventata il simbolo di un’umanità ferita che chiede rispetto anche nella morte: «Non dovrebbero mai esserci cadaveri non restituiti e insepolti – si legge ancora nel testo – e neppure il di un criminale merita di essere vilipeso o occultato». Al termine della processione, sul Colle Palatino, il papa ha impartito la benedizione nel silenzio orante, lasciando che fosse il canto del «Crux fidelis» a squarciare l’aria prima del rientro in Vaticano, con il peso di quelle sofferenze ancora ben stretto tra le mani.




