Leone XIV, la prima Via Crucis e la croce portata per tutte le quattordici stazioni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Era un gesto che non si vedeva da decenni, una scelta tanto fisica quanto teologica, quella compiuta da papa Leone XIV nella sera del Venerdì Santo. Davanti a un Colosseo gremito da circa trentamila fedeli, il pontefice ha deciso di rompere con la prassi recente – fatta di deleghe e di partecipazioni parziali – per reggere personalmente il peso del legno, stazione dopo stazione, per l’intero percorso della Via Crucis. Accolto ai piedi dell’Anfiteatro Flavio dal sindaco Roberto Gualtieri e dal cardinale vicario Baldo Reina, il Papa ha voluto dare, come aveva anticipato nei giorni scorsi uscendo da Castel Gandolfo, un “segno importante” che restituisse alla figura del pontefice quella di un “leader spirituale” che si fa carico delle sofferenze contemporanee, un messaggio che “Cristo soffre ancora” nel dell’umanità ferita.

Il significato di un “sì” fisico alla processione

A differenza dei suoi immediati predecessori, Leone XIV ha quindi percorso l’intero itinerario che si snoda tra le arcate del monumento pagano e le pendici del Palatino, reggendo tra le mani la croce processionale. Se Giovanni Paolo II aveva portato il legno per intero finché le condizioni fisiche glielo permisero, e Benedetto XVI lo aveva fatto solo per la prima stazione, mentre Francesco – complici i problemi di salute – non lo aveva mai fatto, l’attuale pontefice ha scelto di farsi pellegrino a tutti gli effetti, accompagnato soltanto da due giovani portatori di torce. Per la cronaca, non accadeva da diversi lustri che un Papa si assumesse un tale fardello per tutta la durata del rito, un dettaglio che non è sfuggito agli osservatori e che parla della visione pastorale di un pontefice che arriva a settant’anni mostrando una tenacia fisica inaspettata.

Patton e il richiamo all’abuso di potere

La cornice suggestiva delle fiaccole e il silenzio della folla hanno fatto da sfondo alle parole pesanti scritte da padre Francesco Patton, il francescano che fino allo scorso anno è stato Custode di Terra Santa. Le meditazioni, ispirate anche al tema dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, non si sono limitate a una rievocazione storica della Passione, ma hanno tracciato un parallelo netto con la realtà attuale. In particolare, in una delle stazioni – quella che ricorda la condanna a morte di Gesù – si è letto un passaggio duro contro chi detiene l’autorità, ricordando che “ogni potere dovrà rispondere davanti a Dio” per come viene esercitato. C’è, nel testo curato da Patton, un riferimento esplicito alla “concezione distorta del potere”, a chi calpesta la dignità umana e a chi ha la facoltà di avviare una guerra o di alimentare la violenza, concetti che hanno trovato un’eco immediata tra i pellegrini raccolti nell’area archeologica.

Rito, raccoglimento e la presenza delle istituzioni

Mentre le letture si alternavano ai canti della Cappella Sistina, diretti da monsignor Marcos Pavan, il pontefice procedeva lento, assorto, ignorando i flash dei cellulari che cercavano di immortalare la sua figura nell’oscurità. La scelta di affidare le meditazioni a Patton – che è stato per nove anni la voce della comunità cattolica in Terra Santa – è apparsa a molti come un omaggio doveroso a una regione martoriata, dove la Via Crucis non è solo un rito ma una condizione quotidiana per molti cristiani. Al termine del percorso, sul Colle Palatino, dopo la benedizione impartita alla folla, il Papa ha salutato le autorità presenti, chiudendo un rito che ha riportato al centro della scena il gesto fisico del pastore che cammina con il suo gregge.

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