Le dimissioni di Gravina e il caos Figc: la terza volta senza mondiale che spacca il sistema calcio

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La notizia, filtrata tra i corridoi della sede di via Allegri insieme ai volti scuri dei dirigenti, è diventata ufficiale nel giro di poche ore: Gabriele Gravina non è più il presidente della Federcalcio. Dopo la notte amara di Zenica, dove l’azzurro di Gattuso ha fallito l’ultimo appello utile per volare in Nord America, il numero uno della Figc ha deciso di fare un passo indietro. Non senza aver prima valutato ogni possibile spiraglio, ovviamente; lo testimoniano le consultazioni frenetiche con i presidenti delle leghe e i vertici del Coni, ma alla fine la resa dei conti era nell’aria. L’eleganza del gesto, per alcuni osservatori, sta proprio in questa rapidità: evitare il logoramento di una guerra di posizione che sarebbe apparsa ridicola di fronte all’ennesima eliminazione, la terza consecutiva da Brasile 2014 a oggi.

C’è un dato, quasi surreale, che racconta meglio di ogni moviola il fallimento di questo ciclo. Un bambino, come si legge nei retroscena che circolano in queste ore, passeggiava con il suo golden retriever nei pressi della Figc; vedendo l’orda di giornalisti, ha chiesto se il presidente si fosse dimesso e, soprattutto, chi verrà dopo. L’aneddoto, a metà tra la tenerezza e la tragedia sportiva, fotografa una generazione intera di giovanissimi tifosi che non ha mai visto l’Italia giocare una partita del Mondiale. Un’assenza che non è più solo un caso statistico, ma una ferita strutturale nel tessuto sociale del Paese.

Il pressing politico e la “scossa” notturna di Meloni

Se Gravina ha trovato la forza (o l’evidenza) per dimettersi, il merito non è solo della disfatta sportiva. Nelle stanze del governo, e in particolare a Palazzo Chigi, si respirava ormai un’aria di resa dei conti inevitabile. Martedì tarda sera, mentre i tabelloni dello stadio Bilino Polje certificavano la sconfitta ai rigori contro la Bosnia, la premier Giorgia Meloni ha scritto un messaggio diretto al ministro dello Sport Andrea Abodi: «Va affrontato il tema calcio, serve una svolta». Una frase secca, priva di giri di parole, che ha accelerato un processo altrimenti destinato a trascinarsi in un pantalone di scuse e proclami.

La pressione, del resto, era bipartisan. Una quarantina di senatori, come riportato da fonti di stampa, avevano già depositato un’interrogazione per chiedere un intervento urgente, spingendo per un cambio di guardia immediato alla Figc. L’obiettivo dichiarato? Non limitarsi a un semplice rimpasto, ma procedere a quella che il governo stesso definisce «tabula rasa». Abodi, da par suo, è stato chiarissimo nelle ore successive alla sconfitta: il calcio italiano va rifondato a partire dai vertici, e le responsabilità di chi ha guidato la federazione in questi sette anni non possono essere scaricate sulle istituzioni o sulla sfortuna. La frecciatina, nell’intervento del ministro, era evidente: Gravina aveva provato a giocare la carta della vittima, ma il pressing esecutivo ha spazzato via ogni tentativo di resistenza.

La resa dei conti federale e il caso della Serie A

All’interno del mondo del pallone, però, il malumore era maturato molto prima della gara di Zenica. Il vero ago della bilancia, a tradire Gravina, è stata la Lega di Serie A. Se il presidente uscente poteva contare ancora su una solida base elettorale composta da Lega Pro e Dilettanti (quella fetta del 98,7% che tanto aveva ostentato), senza il sostegno dei grandi club del massimo campionato ogni strategia di sopravvivenza diventava vana. I presidenti, stremati da una gestione che molti giudicano poco lungimirante, hanno disertato il fronte della fedeltà.

La scelta di andarsene, quindi, è stata formalizzata durante la riunione straordinaria del 2 aprile. Un incontro descritto dai presenti come «molto triste», in cui persino i fedelissimi come Renzo Ulivieri hanno dovuto prendere atto dell’ineluttabilità. «Nessuno era d’accordo con le dimissioni di Gravina – ha rivelato il presidente dell’Associazione Allenatori a margine dell’incontro – è stata una sua scelta». Una versione che sa di difesa dell’ex presidente, ma che conferma come il passo indietro sia stato l’unico atto possibile per evitare il commissariamento puro e semplice richiesto a gran voce dal governo.

La corsa al dopo-Gravina: tra nomi altisonanti e veto incrociati

La data segnata in rosso sul calendario è quella del 22 giugno, quando si terrà l’Assemblea Straordinaria Elettiva per il nuovo numero uno della Figc. E già qui, nel totonomi, emergono le contraddizioni di un sistema che chiede la rifondazione ma guarda sempre ai soliti volti noti. In pole position, secondo le ultime rilevazioni, c’è Giovanni Malagò. L’ex presidente del Coni, reduce dal successo organizzativo delle Olimpiadi di Milano-Cortina, gode del favore esplicito della Serie A; lo ha testimoniato l’endorsement di peso arrivato da Aurelio De Laurentiis, che lo ha definito un professionista «ineccepibile» capace di far risalire la china al calcio italiano.

Tuttavia, accanto a Malagò, si muovono pedine altrettanto ingombranti. Giancarlo Abete, che già guidò la federazione nel biennio 2007-2014, è pronto a tornare in sella forte del controllo sui Dilettanti. C’è poi Matteo Marani, attuale numero uno della Lega Pro, e Demetrio Albertini, sponsorizzato dal sindacato calciatori. Paradossalmente, in un momento di crisi così profonda, molti osservatori notano come il dibattito si stia arenando sui soliti equilibri di potere, mentre l’urgenza di riforme radicali (dai vivai agli stadi) resta in secondo piano. Se questo è l’orizzonte verso cui dobbiamo muovere con determinazione e rapidità, a giudicare da quanto ascoltato finora, siamo partiti non male, ma malissimo.

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