La manovra 2026 e la tassa sui dividendi, un cambio di passo che divide il governo
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Redazione Economia
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L’esenzione fiscale sui dividendi, un pilastro dell’ordinamento tributario italiano che risale al 2003 e che, nonostante i numerosi cambi di governo, non aveva mai subito modifiche sostanziali, si appresta a conoscere una svolta radicale con la legge di Bilancio per il 2026. Quella norma, varata all’epoca del secondo governo Berlusconi, era stata concepita principalmente per scongiurare il fenomeno della doppia tassazione, gravando sia sulle società che generano gli utili sia su quelle che, possedendo partecipazioni, ne ricevono i frutti sotto forma di cedole. Il meccanismo, che applica l’imposta sul reddito delle società, fissata al 24%, soltanto su una porzione minima del dividendo percepito – precisamente il 5% – ha finora garantito un onere fiscale effettivo estremamente contenuto, che non supera la soglia dell’uno e mezzo percentuale, un incentivo potente per gli investimenti e le partecipazioni societarie.
Le tensioni nella maggioranza sul testo della manovra
Proprio questa architettura, considerata da molti un caposaldo intoccabile, è oggi al centro di un acceso dibattito all’interno dell’esecutivo, dove i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, hanno espresso forti perplessità. Essi sostengono, non senza una certa veemenza, di aver approvato delle disposizioni che non erano state adeguatamente illustrate o, in alcuni casi, non lo erano affatto; per questo motivo, ora ne chiedono a gran voce una revisione profonda, quando non l’eliminazione pura e semplice. Tuttavia, quando Giorgia Meloni incontrerà i suoi alleati in Consiglio dei ministri, avrà l’opportunità di comunicare loro, in maniera chiara, che la sua intenzione non è quella di stravolgere il provvedimento così come è stato concepito, segnando una linea netta che potrebbe rivelarsi fonte di ulteriore tensione.
Il gettito atteso e le categorie coinvolte
Ad animare la discussione, oltre alle questioni di principio, c’è anche la concreta prospettiva di un gettito fiscale aggiuntivo che, stando alle tabelle tecniche allegate al disegno di legge, si aggirerebbe intorno al miliardo di euro. Sebbene non sia affatto scontato che la misura giunga fino alla fase dell’approvazione definitiva, il testo attuale prevede un significativo inasprimento della tassazione per i dividendi erogati a società, imprenditori ed enti residenti in Italia che detengano quote di capitale inferiori al 10% nella società distributrice. Per costoro, l’aliquota del 24% verrebbe applicata sull’intero ammontare del dividendo, e non più soltanto su quella esigua percentuale che era stata fissata oltre vent’anni fa, un cambiamento di portata epocale che finirebbe per coinvolgere uno stuolo di “vittime” illustri, ovvero una vasta platea di soggetti economici che fino a oggi avevano beneficiato di un regime di favore.
La conferma del nuovo regime a partire dal 2026
Con il deposito in Senato del disegno di legge di bilancio 2026, è stato confermato il testo che già circolava nelle settimane precedenti, il quale delinea in maniera inequivocabile il nuovo regime fiscale destinato a entrare in vigore a partire dal prossimo biennio. Nell’articolo 18 del provvedimento, infatti, si stabilisce che i dividendi provenienti da partecipazioni di minoranza – quelle, per l’appunto, al di sotto della soglia del 10% – non potranno più beneficiare dell’esclusione dal reddito per il 95% del loro importo. La stessa logica si applica, seppur con percentuali differenti, alle società di persone, per le quali le esclusioni parziali del 60%, del 50,28% o del 41,86% verranno meno, sancendo così l’avvio di un maxi-prelievo che segna una discontinuità netta con la politica fiscale degli ultimi decenni.




