La zona grigia del lavoro autonomo: quasi mezzo milione di “dependent contractor” senza reale indipendenza

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il panorama del lavoro autonomo in Italia, lungi dall’essere un monolite, si rivela un arcipelago composito e in profonda evoluzione, dove accanto a liberi professionisti e artigiani veri e propri si staglia una figura ibrida e in crescita, quella del dependent contractor. A certificare la consistenza di questo fenomeno è l’Inapp, Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, che nel suo ultimo rapporto “Dipendenti o indipendenti? I diversi gradi di libertà del lavoro autonomo” fotografa una realtà fatta di quasi 500mila lavoratori intrappolati in una sorta di limbo contrattuale -1. Costoro – titolari di partita Iva o collaboratori coordinati e continuativi – sono formalmente inquadrati come autonomi, ma nella sostanza del loro fare quotidiano sperimentano una condizione molto più simile a quella del dipendente, essendo privi di autonomia su elementi cardine della prestazione come gli orari, i compensi o gli strumenti di lavoro. Si tratta, in sostanza, di quelle che comunemente vengono definite “false partite Iva”, una definizione che rimanda a un rapporto di lavoro subordinato mascherato da collaborazione autonoma, una pratica che consente alle aziende di risparmiare sui contributi e di eludere gran parte delle tutele previste per il lavoro dipendente -2-10.

La distinzione tra lavoro autonomo genuino e subordinazione, che la legge italiana fonda sui concetti di eterodirezione e assoggettamento del lavoratore alle direttive del committente, diventa sempre più labile. Il dependent contractor, figura che la statistica internazionale ha iniziato a classificare in modo autonomo solo recentemente, si colloca esattamente in questa terra di nessuno -7. Per il 60 per cento di loro, come rileva l’Inapp, si tratta di una scelta obbligata, l’unica percorribile in assenza di valide alternative nel mercato del lavoro -1. Sono lavoratori che operano prevalentemente nel settore dei servizi, spesso legati a un unico committente che di fatto ne determina l’attività, e che in media percepiscono una retribuzione inferiore rispetto ai loro colleghi dipendenti, patendo al contempo un maggior senso di insicurezza rispetto ai lavoratori autonomi veri e propri -1. La loro condizione è quella di chi è esposto ai rischi economici tipici dell’indipendenza, ma senza godere della conseguente libertà decisionale.

I criteri giuridici per smascherare il lavoro subordinato mascherato

Il legislatore, nel corso degli anni, ha tentato di fornire gli strumenti per distinguere il lavoro autonomo autentico da quello fittizio, introducendo una serie di parametri oggettivi. La legge n. 92/2012, la cosiddetta Riforma Fornero, ha posto le basi per una presunzione relativa di subordinazione: se ricorrono almeno due condizioni su tre – una collaborazione che si protrae per più di otto mesi l’anno, un fatturato che derivi per oltre l’80 per cento da uno stesso committente, e la messa a disposizione di una postazione fissa presso l’azienda – scatta una presunzione che il rapporto sia in realtà di natura subordinata -6-10. Spetta al committente, in questi casi, l’onere di dimostrare la reale autonomia del lavoratore, superando tale presunzione. Se la prova non viene fornita, si apre la strada alla riqualificazione del contratto, con tutte le conseguenze del caso in termini di arretrati contributivi, ferie non godute, tredicesima e trattamento di fine rapporto.

La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha costantemente ribadito il principio della prevalenza della sostanza sulla forma, affermando che ciò che conta non è il nomen iuris attribuito dalle parti al contratto, ma il concreto svolgimento del rapporto di lavoro -2. Sentenze recenti hanno ulteriormente rafforzato questo orientamento, come quella della Suprema Corte che ha esteso la possibilità di riqualificazione anche a prestazioni altamente specializzate, o quelle che hanno considerato rilevante, ai fini della presunzione, anche l’utilizzo di una postazione di lavoro condivisa -6. Il Jobs Act del 2015 ha poi compiuto un ulteriore passo in avanti, stabilendo che le collaborazioni che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro, vengono automaticamente ricondotte al lavoro subordinato -2.

L’impatto della trasformazione del mercato e i rischi per imprese e lavoratori

Il fenomeno dei dependent contractor non è soltanto italiano, ma riflette una trasformazione globale dei modelli produttivi e organizzativi. Se da un lato le imprese cercano flessibilità e riduzione dei costi, dall’altro l’esternalizzazione di funzioni sempre più strategiche e la creazione di reti di lavoratori formalmente autonomi ma di fatto integrati nell’organizzazione aziendale pongono complesse questioni in termini di controllo e responsabilità -3. I rischi, per chi utilizza in modo improprio queste forme contrattuali, sono notevoli e vanno ben oltre il mero contenzioso economico. Le ispezioni del lavoro, che applicano cinque test pratici basati su elementi come l’integrazione organizzativa del lavoratore, la sua dipendenza economica dal committente, l’autonomia funzionale e il controllo su tempi e luoghi di lavoro, possono portare a pesanti sanzioni amministrative e al recupero integrale dei contributi previdenziali non versati, con interessi e penalità -4.

Nei casi più gravi, quando la violazione è sistematica e finalizzata a eludere obblighi contributivi, si può persino configurare un'ipotesi di reato, con conseguenze penali per i responsabili aziendali -4. Per il lavoratore, invece, la mancata riqualificazione del rapporto significa rinunciare a diritti fondamentali come la tutela in caso di malattia, le ferie retribuite, il trattamento di fine rapporto e una contribuzione previdenziale piena, con inevitabili ricadute negative sulla propria pensione futura. La consapevolezza di questo fenomeno, che riguarda una quota significativa e in crescita del mondo del lavoro, è il primo passo per arginare una pratica che distorce la concorrenza e penalizza proprio coloro che dovrebbero essere al centro di qualsiasi sistema economico che voglia dirsi equo.

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