Fuga di Elia Del Grande, il killer della "strage dei fornai"
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Redazione Interno
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Due giorni fa, Elia Del Grande, l'uomo condannato a trent'anni di carcere per aver sterminato la propria famiglia nel lontano 1998, ha scavalcato il muro di cinta alto dieci metri della casa-lavoro di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, dove era stato internato in regime di semilibertà. Da allora, nonostante le ricerche delle forze dell'ordine si siano estese a livello nazionale, di lui non si hanno più notizie, mentre le autorità giudiziarie e il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria avviano un'indagine interna per accertare le responsabilità e le modalità che hanno reso possibile l'evasione. L'allontanamento, avvenuto nella giornata di giovedì, ha gettato nello sconcerto la cittadina emiliana e riportato alla memoria una delle pagine più cupe della cronaca nera italiana, quella che fu ribattezzata la "strage dei fornai", un episodio la cui efferatezza, benché risalente a oltre un quarto di secolo fa, continua a suscitare un profondo turbamento.
Il delitto che segnò una generazione
La vicenda giudiziaria di Del Grande affonda le sue radici nella notte del 7 gennaio 1998, quando, a Cadrezzate, in provincia di Varese, l'allora ventiduenne pose fine in modo brutale all'esistenza del padre, della madre e del fratello. Il movente, emerso nel corso del processo, fu riconducibile a contrasti familiari, di natura tanto economica quanto affettiva, legati alla sua relazione con una ragazza di Santo Domingo. Il terribile evento, per via dell'attività commerciale della famiglia, passò alla cronaca con l'efferata definizione di "strage dei fornai", un marchio che, suo malgrado, è rimasto indelebilmente associato a quel fatto di sangue. Dopo un iter giudiziario complesso, la condanna definitiva a trent'anni di reclusione ha chiuso, sul piano penale, il capitolo processuale, senza però poter cancellare il dolore e lo sgomento provocati da un gesto di tale violenza.
La semilibertà e la fuga
Avendo terminato di scontare integralmente la pena detentiva, la posizione di Elia Del Grande è stata recentemente valutata dal giudice di sorveglianza, il quale, pur concedendo l'accesso al regime di semilibertà, ne ha disposto il collocamento in una struttura protetta a Castelfranco Emilia a causa della persistente pericolosità sociale. È proprio da questo istituto, concepito per favorire un graduale reinserimento ma dotato di misure di sicurezza, che l'uomo è riuscito a evadere, secondo le prime ricostruzioni, servendosi di una corda artigianale, fabbricata con cavi elettrici, per calarsi dall'imponente muro perimetrale. Questa azione, pianificata con lucidità, dimostra come egli abbia eluso i controlli, seppur minimi, previsti per il suo status, lasciando dietro di sé un vuoto d'informazioni sul suo destino e sulle sue intenzioni immediate.
Le indagini e le ombre sulla sorveglianza
L'evasione, di per sé grave, solleva interrogativi non marginali sull'efficacia del sistema di vigilanza all'interno dell'istituto emiliano, spingendo il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria a richiedere con urgenza una relazione dettagliata per fare piena luce sulle circostanze che hanno permesso la fuga. L'episodio, oltre a riaprire le ferite dei congiunti delle vittime, costrette a rivivere l'orrore del passato, riaccende i riflettori sul delicato equilibrio tra il diritto alla rieducazione del condannato e l'esigenza imprescindibile di garantire la sicurezza collettiva, un bilanciamento che, in questo specifico caso, sembra aver mostrato delle falle. Le ricerche, coordinate a livello nazionale, proseguono senza sosta, mentre l'ansia per la sua latitanza si diffonde, sebbene le autorità evitino, al momento, qualsiasi speculazione sulla possibile destinazione o sulle risorse di cui potrebbe disporre.




