Hormuz resta chiuso, l'Iran sfida Washington: "Nessuna richiesta unilaterale"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Lo Stretto di Hormuz non riaprirà finché non saranno soddisfatte le sette condizioni poste da Teheran. A ribadirlo, domenica, è stato il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, capo negoziatore della Repubblica islamica, nel corso di una seduta parlamentare. «Gli americani devono rendersi conto che l'epoca delle richieste unilaterali imposte con la guerra di logoramento è finita», ha dichiarato Ghalibaf, secondo quanto riportato dall'agenzia Tasnim e rilanciato da diverse testate internazionali.

La sua posizione è netta: lo Stretto resta chiuso fino a quando non verranno rispettate le condizioni contenute nel memorandum d'intesa di Islamabad, l'accordo provvisorio firmato a giugno tra le parti.

La risposta di Teheran alle proposte americane

La dichiarazione del presidente del Parlamento arriva dopo che Washington ha fatto recapitare, attraverso mediatori qatarioti, una nuova proposta negoziale. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei, il testo americano «somiglia alle proposte precedenti e si concentra sul dossier nucleare», mentre Teheran intende porre al centro del confronto la questione di Hormuz.

Fonti diplomatiche hanno riferito che il nuovo piano degli Stati Uniti si basa sul memorandum di Islamabad, ma introduce un elemento finora non accettato dalla parte iraniana: l'avvio immediato dei negoziati sul programma nucleare, con una road map e un calendario da concordare. Teheran, dal canto suo, chiede che sia Washington a compiere per primo i passi previsti, a partire dall'allentamento delle sanzioni e dallo sblocco dei fondi congelati all'estero.

La linea del ministro degli Esteri

Sul fronte diplomatico è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che in un incontro con gli ambasciatori stranieri a Teheran ha illustrato la posizione della Repubblica islamica. «La nostra posizione risoluta si fonda sulla ricerca di una diplomazia dignitosa e sulla difesa della sicurezza nazionale», ha spiegato, precisando che l'Iran è pronto a cercare una soluzione equa attraverso i canali diplomatici ma che, in caso di nuova aggressione militare, la risposta sarà «più dura» di quella già sperimentata.

Araghchi ha inoltre respinto l'ipotesi che Teheran abbia offerto all'Agenzia internazionale per l'energia atomica ispezioni ai propri impianti in cambio dell'allentamento delle sanzioni, definendo infondate le voci circolate nei giorni scorsi.

Il quadro negoziale e le distanze tra le parti

Il nodo centrale resta la sequenza delle misure: Washington vorrebbe che i colloqui sul nucleare iniziassero contestualmente alla trattativa su Hormuz, mentre Teheran insiste sul fatto che gli impegni americani debbano precedere qualsiasi discussione sul programma atomico. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dal canto suo, aveva dichiarato nei giorni scorsi che la guerra con l'Iran «finirà presto» e che Teheran «non avrà mai armi nucleari», senza tuttavia fornire dettagli sui tempi o sulle modalità di un eventuale accordo.

La parte iraniana, attraverso il suo capo negoziatore, ha replicato che la Repubblica islamica non intende «regolare la propria sicurezza nazionale sulle dichiarazioni o sui tweet dei funzionari americani», ma si basa esclusivamente «sul comportamento concreto del nemico».

Le condizioni per la riapertura dello Stretto

Le sette condizioni a cui Teheran subordina la riapertura di Hormuz non sono state rese note nel dettaglio, ma secondo quanto trapelato riguarderebbero la fine delle ostilità nella regione, la revoca del blocco navale, la rimozione delle sanzioni sul petrolio iraniano e lo sblocco dei fondi congelati.

Il memorandum di Islamabad, siglato a giugno con la mediazione del Pakistan, prevedeva un meccanismo a fasi: la riapertura dello Stretto entro trenta giorni dall'adempimento delle obbligazioni americane, seguita dopo sessanta giorni dall'ingresso nella fase negoziale vera e propria. L'accordo è tuttavia rimasto inapplicato, complice una serie di attacchi a navi mercantili nello Stretto che Teheran ha attribuito a violazioni delle rotte autorizzate.

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