Il training cognitivo sulla velocità riduce il rischio di demenza fino a vent’anni dopo
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Redazione Salute
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La possibilità di ridurre il rischio di demenza attraverso un intervento cognitivo non farmacologico, un obiettivo che la ricerca neuroscientifica sull’invecchiamento persegue da decenni, ha ricevuto una conferma significativa da uno studio longitudinale pubblicato il 9 febbraio su Alzheimer's & Dementia: Translational Research and Clinical Interventions -4-8. La ricerca, che ha preso le mosse dal trial clinico ACTIVE (Advanced Cognitive Training for Independent and Vital Elderly) avviato nel 1998-99, ha dimostrato come un programma di allenamento cognitivo mirato specificamente alla velocità di elaborazione delle informazioni visive possa diminuire in modo sostanziale l'incidenza di demenza fino a vent'anni dopo l'intervento iniziale -2-4. I ricercatori, analizzando i dati Medicare di oltre duemila partecipanti originari, tutti over 65 all'epoca dell'arruolamento, hanno potuto tracciare un quadro chiaro dell'efficacia di questo training, confrontando i risultati con quelli ottenuti da chi aveva seguito allenamenti di memoria o di ragionamento e con il gruppo di controllo che non aveva ricevuto alcuna stimolazione specifica -4-10.
L'importanza delle sessioni di richiamo
Ciò che emerge con forza dall'analisi ventennale è la specificità dell'intervento: solo i partecipanti assegnati al training sulla velocità di elaborazione, e che avevano anche completato almeno una sessione di richiamo (i cosiddetti booster) a distanza di undici e trentacinque mesi, hanno mostrato una riduzione statisticamente significativa del rischio, quantificabile in un 25% in meno di diagnosi di demenza rispetto al gruppo di controllo -1-2-9. Nel gruppo di controllo, quasi la metà dei soggetti (il 49%) aveva ricevuto una diagnosi di demenza nel corso dei vent'anni, mentre tra coloro che avevano effettuato il training sulla velocità con i booster la percentuale scendeva al 40% -4-8. Un dato, quest'ultimo, che acquista ancora più rilievo se si considera che gli allenamenti sulla memoria e sul ragionamento, pur essendo stati seguiti con uguale diligenza, non hanno prodotto un effetto protettivo paragonabile, indipendentemente dalla partecipazione o meno alle sessioni di richiamo -1-2-10.
Adattività e apprendimento implicito
Il programma di training sulla velocità, noto anche come speed of processing training o useful field of view training, si discosta qualitativamente dagli altri interventi proposti. Non si tratta di imparare strategie mnemoniche o di risolvere problemi con pattern predefiniti, attività che coinvolgono un apprendimento esplicito e che venivano svolte in sessioni di gruppo con un istruttore -10. L'allenamento sulla velocità è invece computerizzato e si basa su esercizi visivi, come individuare e cliccare su automobili o segnali stradali che compaiono in diverse aree dello schermo per periodi sempre più brevi, spingendo il cervello a processare l'informazione in modo rapido ed efficiente -5-9. La natura adattiva di questo training, che aumenta la difficoltà in base alle prestazioni individuali, e il suo agire su meccanismi di apprendimento implicito, quelli che si attivano quando acquisiamo un'abitudine o un'abilità procedurale senza sforzo cosciente, potrebbero essere alla base della sua maggiore efficacia nel potenziare la cosiddetta riserva cognitiva e nel ritardare l'insorgenza dei sintomi clinici della demenza -4-8-10.
Un effetto protettivo duraturo
L'aspetto forse più sorprendente emerso dallo studio, che ha potuto contare su un follow-up di durata eccezionale, è la persistenza nel tempo dell'effetto protettivo. Bastano dieci sessioni di allenamento, distribuite nell'arco di cinque o sei settimane per un totale di poche ore, e il rinforzo fornito da qualche sessione di richiamo negli anni successivi, per modificare la traiettoria di salute cognitiva di un individuo per due decenni -5-9-10. I ricercatori della Johns Hopkins University, che hanno coordinato il lavoro, sottolineano come il beneficio non vari in modo sostanziale in base all'età in cui si inizia l'allenamento, suggerendo che anche persone in tarda età possano trarre vantaggio da questo tipo di stimolazione -2. La riduzione del rischio, osservata indipendentemente da fattori come l'età, l'educazione o le condizioni cardiovascolari di base, apre scenari importanti per la salute pubblica, considerando che i casi di demenza sono destinati ad aumentare con l'invecchiamento della popolazione -4-8.
I meccanismi neurali e le cautele scientifiche
Se i dati epidemiologici appaiono solidi, rimane aperto il quesito sul perché questo specifico training funzioni. L'ipotesi avanzata dai ricercatori è che l'allenamento sulla velocità di elaborazione visiva possa agire sulla connettività neurale, rafforzando le reti cerebrali coinvolte nell'attenzione e nei processi decisionali rapidi, e rendendo il cervello più resiliente di fronte alle patologie neurodegenerative -5-9. Alcuni esperti esterni allo studio, pur riconoscendo il valore del trial randomizzato controllato, invitano a una certa cautela nell'interpretazione dei risultati, segnalando come il margine di errore statistico possa rendere la riduzione del rischio meno netta di quanto appaia e come il campione, escludendo persone con deficit visivi o uditivi, non sia del tutto rappresentativo dell'intera popolazione anziana -5-10. Resta il fatto che, in attesa di farmaci risolutivi e spesso costosi, un intervento breve, economico e privo di effetti collaterali si candida a diventare uno strumento prezioso nelle strategie di prevenzione, sebbene altri studi suggeriscano che l'integrazione di più fattori, dall'attività fisica al controllo dei parametri cardiovascolari, possa moltiplicare i benefici -4-8.




