Sei settimane di allenamento cerebrale e il rischio di demenza cala per vent’anni

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Non è una questione di cruciverba, né di memorizzare poesie a memoria. La ricerca neuroscientifica, da tempo orientata a individuare interventi non farmacologici capaci di contrastare il declino cognitivo, ha ora a disposizione un dato longitudinale che ridisegna il perimetro della prevenzione. Il follow-up ventennale dello studio Advanced Cognitive Training for Independent and Vital Elderly, noto con l'acronimo ACTIVE e pubblicato qualche giorno fa su Alzheimer's & Dementia: Translational Research and Clinical Interventions, ha dimostrato come un training specifico e di breve durata possa incidere in modo statisticamente significativo sull'incidenza della demenza. A fare la differenza, stando ai dati emersi dall'analisi delle cartelle cliniche Medicare relative a oltre duemila partecipanti, non è un generico "tenersi in allenamento", ma la velocità di elaborazione visiva. Chi, tra i settantenni arruolati alla fine degli anni Novanta, aveva seguito un programma computerizzato mirato a migliorare questa capacità, e aveva poi partecipato a sessioni di richiamo nell'arco dei tre anni successivi, ha presentato un'incidenza di demenza ridotta del 25 per cento rispetto al gruppo di controllo.

Un allenamento mirato e il ruolo decisivo delle sessioni di richiamo

Il protocollo, sorprendente per la sua intensità contenuta, prevedeva dalle dieci alle quindici ore di esercizi al computer distribuite nell'arco di cinque o sei settimane. A circa la metà dei partecipanti vennero poi offerte delle sessioni aggiuntive, le cosiddette "booster sessions", a undici e a trentacinque mesi di distanza. Ed è proprio questo il dettaglio cruciale emerso dalla pubblicazione: l'effetto protettivo a lungo termine è stato evidente solo per coloro che avevano ricevuto i richiami. Chi si era fermato all'allenamento iniziale non ha mostrato benefici significativi nell'arco dei vent'anni, e lo stesso è accaduto per i gruppi sottoposti a training sulla memoria o sul ragionamento, indipendentemente dalla partecipazione o meno ai boosters. L'impressione, suggerita dagli stessi ricercatori della Johns Hopkins University e degli altri centri coinvolti, è che il consolidamento dell'apprendimento procedurale, quel tipo di memoria implicita che riguarda le abilità e le procedure, necessiti di un rinforzo per tradursi in una vera e propria riserva cognitiva.

La specificità dell'esercizio e i meccanismi neurali coinvolti

L'aspetto che ha colpito gli autori, tra cui Marilyn Albert del Johns Hopkins Medicine, è la selettività del risultato. Non tutte le forme di stimolo intellettuale sembrano funzionare allo stesso modo. Mentre gli esercizi per la memoria e il ragionamento insegnano strategie esplicite e consapevoli, il training sulla velocità di elaborazione agisce su un piano diverso: chiede al cervello di processare stimoli visivi periferici in frazioni di secondo, adattando la difficoltà in tempo reale alla performance individuale. Un esercizio, questo, che sollecita l'attenzione divisa e la rapidità decisionale, qualità che tendono a deteriorarsi con l'avanzare dell'età. Il dato pubblicato ora aggiorna e approfondisce le precedenti rilevazioni dello stesso studio ACTIVE, che già a dieci anni aveva mostrato una riduzione del 29 per cento dell'incidenza di demenza per i partecipanti al training sulla velocità, con un ulteriore calo del 10 per cento per ogni sessione di richiamo aggiuntiva. La conferma arrivata a vent'anni, ottenuta incrociando i dati dei partecipanti con le diagnosi cliniche registrate nei database sanitari federali, attribuisce alla ricerca una robustezza statistica che pochi studi longitudinali possono vantare.

Un'ipotesi interpretativa tra apprendimento implicito e neuroplasticità

La ragione per cui questo specifico allenamento mostri effetti così duraturi risiede probabilmente nella natura dell'apprendimento che mette in moto. A differenza delle strategie mnemoniche, che richiedono uno sforzo consapevole e possono essere dimenticate o abbandonate, il miglioramento della velocità di elaborazione sembra consolidarsi a un livello più profondo, quasi fisiologico. Gli autori dello studio ipotizzano che esercitare ripetutamente e sotto pressione temporale i circuiti neuronali preposti all'attenzione visiva e alla presa di decisione rapida possa rafforzarne l'efficienza, rendendoli più resilienti di fronte ai processi neurodegenerativi. In pratica, si tratterebbe di un potenziamento della "riserva neurale" che, rendendo il cervello più rapido ed efficace, ritarda la comparsa dei sintomi clinici della demenza. Una ipotesi, questa, che si allinea con le più recenti acquisizioni sulla neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di modificare la propria struttura e funzione per tutta la vita. La ricerca, finanziata dal National Institute on Aging, apre scenari importanti per la prevenzione, suggerendo che anche interventi brevi e mirati, se progettati con rigore e seguiti da opportuni richiami, possano contribuire a mantenere l'indipendenza funzionale degli anziani per decenni.

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