La faida silenziosa dei social: così i giovani Capriati hanno rotto la tregua a Bari vecchia
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Redazione Interno
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La guerra tra i clan Capriati e Strisciuglio, iniziata nel lontano 1997 e mai realmente sopita nonostante i fragili armistizi, conosce una nuova, drammatica escalation. A raccontarla non sono più solo i colpi di arma da fuoco esplosi nei vicoli, ma i video pubblicati sui social network dai giovani rampolli delle cosche, i quali – in un crescendo di spacconate e desiderio di affermazione – hanno trasformato la movida e i locali notturni in un campo di battaglia mediatico prima ancora che fisico. L’operazione condotta ieri dalla Dda di Bari, che ha portato a 11 arresti e 3 fermi, fotografa infatti un fenomeno preciso: l’omicidio di Filippo Scavo, ucciso il 19 aprile scorso all’interno del Divine club di Bisceglie, e quello di Raffaele Capriati, freddato il primo aprile 2024 a Torre a Mare, sono gli atti finali di una lenta deriva alimentata dalla tracotanza dei figli d’arte.
«Il pelato è stato»: la notte in cui i figli annunciarono la vendetta
Per comprendere la svolta investigativa, bisogna tornare alle ore immediatamente successive all’omicidio di Lello Capriati, avvenuto mentre si trovava in auto con l’amante. L’analisi delle intercettazioni, riportate nei dettagli del provvedimento, restituisce il quadro di un ambiente in subbuglio dove il dolore si mescola immediatamente al calcolo criminale. I figli della vittima, Sabino e Christian, erano ben consapevoli del legame tra le loro condotte e la morte del padre. “La colpa è nostra”, avrebbe confessato Sabino, riferendosi alle continue liti e alle “spacconate” che avevano riacceso la faida. Ma all’autorimprovero – come spesso accade in questi contesti – segue immediatamente la sete di rivalsa. Individuato l’autore materiale, descritto come “il pelato” (identificato in seguito in Luca Marinelli), i due fratelli avrebbero già cominciato a pianificare la reazione: “Adesso lo dobbiamo fare veloce”, sussurravano, rivelando una lucida volontà di ritorsione che prescindeva completamente dalla loro giovane età.
Il baricentro della movida e la pistola cromata di Dylan
Se Sabino e Christian rappresentano l’anima più storica della nuova guardia, è il cugino Dylan Capriati, 22 anni, a incarnare il volto più inquietante di questa metamorfisi. Il suo profilo social – un tempo popolato da messaggi di tristezza per la scomparsa del padre – è diventato lo specchio di una discesa agli inferi senza freni. Le indagini per l’omicidio di Filippo Scavo lo hanno immortalato in un frame agghiacciante: fuori dal Divine club, pochi istanti prima di premere il grilletto, impugna una pistola cromata puntandola contro la vittima. Un gesto che non è solo esecuzione, ma rappresentazione, quasi un rituale video destinato a circolare e a consolidare la sua reputazione. Con lui sono stati fermati anche Nicola Morelli, 21 anni, e Aldo Lagioia, 22 anni, ritenuti rispettivamente complice e “quinta colonna” del clan Capriati nel nord Barese. La Dda ha ricostruito l’agguato come un’azione militare: dalla lite iniziale all’esterno, fino alla forzatura della porta del privè dove Scavo si era rifugiato. Un solo colpo, preciso, che ha stroncato la vita del 42enne, considerato un punto di riferimento nello spaccio di stupefacenti per la famiglia avversaria.
L’affanno della tregua e l’ombra lunga del ‘Pilastro’
Ciò che emerge dalle carte è la fotografia di un’organizzazione che arranca nel tentativo di mantenere ordine interno. Dalle conversazioni captate emerge il racconto della frenesia dei giovani, capaci di scatenare una guerra per futili motivi. “Sono andati a rompere un equilibrio questi… per le cazzate dei ragazzini a ballare, a puntarsi, a guardarsi male”, si sfoga un sodale del clan in una conversazione intercettata. L’episodio scatenante sembra essere stato un diverbio in un locale, il pub Demetra, seguito da una provocazione armata (una “stesa”) nel quartiere di Carbonara, roccaforte degli Strisciuglio. Una mossa giudicata folle da alcuni “vecchi” della mala, soprattutto perché avvenuta dopo la scarcerazione di Sigismondo Strisciuglio, detto ‘Il pilastro’, scontati 24 anni di carcere. “Non puoi andare a sparare a Carbonara… mo’ è uscito il Pilastro di là”, è il commento sconsolato di chi vede sfaldarsi la tregua faticosamente costruita.
La vittima innocente e il brindisi dal carcere
La spirale di violenza non ha risparmiato però i bersagli “designati”. La sera del 30 aprile, appena undici giorni dopo l’omicidio di Scavo, la faida ha rivendicato una vittima innocente: Angelo Pizzi, cameriere 62enne, ucciso all’interno della “Spaghetteria N.1” di Bisceglie. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’uomo – padre di una ragazza appena laureatasi – si è trovato sulla traiettoria dei proiettili destinati verosimilmente al titolare del locale, ritenuto vicino agli ambienti criminali. Sul luogo dell’agguato sono stati repertati quindici bossoli di calibro diverso, segno che gli esecutori materiali (almeno tre, vista la varietà delle armi usate) hanno fatto fuoco senza alcuna remora.
A sigillare la brutalità di questa faida giovanile, arriva un ultimo, agghiacciante dettaglio. Mentre fuori si spargeva il sangue, all’interno del carcere di Bari i detenuti vicini al clan Capriati festeggiavano. “Due birre per festeggiare l’omicidio di Filippo Scavo” e la frase che suona come un monito: “Il piatto va servito freddo, ognuno avrà ciò che merita”. Un brindisi social, postato da una cella, che fotografa meglio di qualsiasi rapporto investigativo la deriva cinica e spettacolare di questa guerra di mafia. Un conflitto, quello barese, che non chiede più solo il controllo del territorio, ma impone il proprio dominio attraverso la narrazione digitale, dove il gesto conta meno della sua diffusione virale.




