Bisceglie, la notte del Divine club: l’omicidio di Scavo e la scia di veleno sui social
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Redazione Interno
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Quando i locali notturni, pensati per il divertimento e l’evasione, diventano il palcoscenico di vecchi conti in sospeso, la cronaca di provincia assume i toni cupi di un noir metropolitano. A Bisceglie, nel cuore della notte, il Divine club – una struttura già nota ai più come ex Divinae Follie e tornata a nuova vita – si è trasformato in una trappola mortale per Filippo Scavo, un 42enne di Carbonara (rione storico di Bari) con un passato ingombrante che, nonostante le promesse di riscatto, non ha mai smesso di gravitare nell’orbita della criminalità organizzata. Colpito da un proiettile calibro 7,65 alla base del collo intorno alle 4,40 del mattino del 19 aprile, l’uomo è arrivato al Pronto soccorso dell’ospedale Vittorio Emanuele II già in condizioni disperate, con la ferita inferta dall’arma da fuoco che non gli ha lasciato scampo.
Quella che gli inquirenti descrivono come una “lite tra gruppi” si è consumata in pochi istanti, seminando il panico tra le seicento persone che affollavano la serata di riapertura della stagione estiva. Secondo una prima e agguerrita ricostruzione degli investigatori del Nucleo investigativo di Trani (coordinati dalla Dda di Bari), il movente sembrerebbe rispondere alla logica spietata del regolamento di conti legato allo spaccio di droga. Scavo, che ufficialmente lavorava come muratore ma che in tasca aveva addosso una ingente quantità di contanti – un dettaglio che non è sfuggito a chi indaga – era un volto noto alle Forze dell’ordine, ritenuto vicino al clan Strisciuglio, una consorteria che da anni cerca di espandere la sua influenza nel Nord barese.
La dinamica dell’agguato: i metal detector, l’uscita di emergenza e il secondo killer
La dinamica dell’agguato restituisce l’immagine di un’esecuzione pianificata, sebbene nata all’interno di una rissa scatenata per futili motivi. Sarebbe scoppiata una lite tra due gruppi contrapposti; a quel punto, stando ai primi riscontri e alle testimonianze raccolte, uno degli aggressori sarebbe uscito dal locale attraverso un’uscita di emergenza – probabilmente per eludere i controlli all’ingresso – per poi rientrare armato di lì a poco. I testimoni raccontano di scene di terrore assoluto: almeno quattro colpi di pistola sono stati esplosi in una zona affollata, tanto che molti presenti hanno parlato di miracolo per non essere stati raggiunti dai proiettili vaganti. Uno dei presenti ha riferito agli inquirenti che il killer ha fatto fuoco alle spalle della vittima, il quale forse stava cercando di allontanarsi per mettersi in salvo. Ma c’è di più: gli investigatori sospettano che l’aggressore non fosse solo. Un secondo uomo avrebbe tentato di fare fuoco, ma la sua pistola – per un cortocircuito meccanico che ha salvato altre vite – si sarebbe inceppata. Questo particolare, emerso dalle dichiarazioni di alcuni dei presenti, suggerisce che l’intenzione non fosse semplicemente quella di ferire, ma di annientare l’obiettivo senza lasciare scampo. La discoteca è stata posta sotto sequestro per permettere alla Scientifica di effettuare rilievi accurati, mentre i carabinieri hanno già acquisito i filmati delle telecamere di sorveglianza, che potrebbero rivelarsi decisive per dare un volto agli esecutori materiali.
Il lutto e l’appello del gestore: “La sicurezza è un impegno comune”
In un contesto così drammatico, la voce del management del locale non poteva restare inascoltata. Roberto Maggialetti, direttore del Divine club, ha rotto il silenzio con una nota ufficiale che esprime “profondo cordoglio” per quanto accaduto, ma che suona anche come un grido di allarme per il territorio. “Siamo profondamente colpiti e addolorati – ha dichiarato –. Per questo sentiamo il dovere di rivolgere un appello forte e sincero al territorio, alle famiglie e soprattutto ai più giovani: i luoghi di aggregazione devono restare spazi di condivisione, musica e socialità, lontani da ogni forma di violenza”. Una dichiarazione che, se da un lato cerca di ricucire il rapporto di fiducia con la clientela, dall’altro evidenzia la fragilità di un sistema di sicurezza privata che, quella notte, potrebbe aver mostrato le sue crepe. Secondo alcune fonti, i metal detector fissi all’ingresso non sarebbero stati funzionanti, lasciando il compito di controllare l’accesso a pochi addetti muniti di rilevatori manuali. Un dettaglio non secondario, considerato che il killer è riuscito a introdurre l’arma all’interno – o a recuperarla fuori dal locale – senza particolari difficoltà.
La spirale della vendetta: il post del figlio che fa discutere e l’indagine della Dda
Ciò che ha trasformato questo omicidio in un caso di rilevanza nazionale, tuttavia, non è solo la violenza consumata all’alba, quanto il suo preoccupante epilogo virtuale. Sulla scia del sangue, è apparso sui social network un messaggio agghiacciante a firma del figlio più giovane di Filippo Scavo, un bambino la cui età rende ancor più crudele il peso delle parole scritte. “Si è vero papà, ora non ci sei più ma appena sapremo chi è stato ce li mangeremo tutti quanti senza pietà”. Il post, rimosso dopo poche ore a causa delle polemiche, è stato ampiamente commentato dagli utenti e, fatto ancor più grave, “commentato dai grandi” – come specificano gli inquirenti –, trasformando il dolore privato in una pubblica dichiarazione di intenti. Questo episodio non è stato sottovalutato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, che vede in questo atto un chiaro segnale dell’altissima tensione che caratterizza i rapporti tra i gruppi criminali del capoluogo pugliese. La paura, adesso, è che l’omicidio di Scavo possa innescare una pericolosa escalation di violenza: un conto in sospeso che, se non fermato in tempo, rischia di reclamare nuove vittime, in un vortice di odio che dalla movida si trasferisce inevitabilmente sulle pagine virtuali dei profili social.




