Il prezzo delle spacconate social nella faida di Bari vecchia: gli arresti per gli omicidi Capriati e Scavo
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Redazione Interno
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La parabola, ascendente e discendente, di Dylan Capriati – quel ragazzo di 22 anni immortalato dai video su TikTok mentre, poco più che adolescente, manifestava un dolore quasi animalesco per la morte del padre Mimmo, paragonandolo a un leone, per poi riapparire in altre immagini, quelle esterne al “Divine club” di Bisceglie, mentre impugnava una pistola cromata puntata contro Filippo Scavo – si è infranta contro le maglie dell’operazione congiunta di polizia e carabinieri coordinata dalla Dda di Bari. L’operazione, che ha portato all’esecuzione di 11 arresti e 3 fermi, rappresenta un capitolo significativo nella lunga e sanguinosa guerra tra i clan Capriati e Strisciuglio. Una guerra, quella barese, iniziata nel lontano 1997 e mai realmente sopita, nonostante i fragili armistizi che hanno punteggiato questi quasi trent’anni, e che nelle ultime settimane ha riacceso i riflettori sulla movida e sulla sua funzione di “baricentro operativo” per le nuove leve della malavita organizzata.
L’omicidio nel privé e la vendetta pianificata
A dare la scossa definitiva alla tregua – già incrinata da vecchi rancori e dalla consapevolezza, emersa dalle intercettazioni, che “sono andati a rompere un equilibrio questi (i figli di Lello, ndr) per le cazzate dei ragazzini a ballare” – è stato l’agguato nel locale di Bisceglie lo scorso 19 aprile. Secondo quanto ricostruito dai pm e confluito nei provvedimenti, non si è trattato di un raptus improvviso, ma di un’esecuzione pianificata: Dylan Capriati, insieme ad altri due giovani, avrebbe fatto irruzione nel privè del “Divine club” dove si trovava Scavo, ritenuto elemento di spicco del clan Strisciuglio, per ucciderlo. Quella notte, la musica dei locali ha fatto da colonna sonora a un’azione armata descritta dagli inquirenti come “premeditata”, finalizzata a ripristinare l’onore di un’organizzazione, o meglio, a rispondere con gli interessi per la morte di Raffaele «Lello» Capriati, avvenuta il giorno di Pasquetta del 2024.
La genesi della faida: liti, biglietti e la consapevolezza di Sabino
Il movente affonda le radici in un contesto quasi grottesco se rapportato alla ferocia degli esiti, tipico di una criminalità che vive sulle vetrine dei social: liti per un biglietto, per una bottiglia, per uno sguardo di troppo. Eppure, in quel calderone di futilità, si nasconde la dinamite che ha fatto saltare la pacificazione tentata da Lello Capriati. Dalle indagini emerge una consapevolezza agghiacciante nelle parole dei figli della vittima, in particolare Sabino, il quale – subito dopo l’omicidio del padre – avrebbe confessato ai sodali quella che era una verità inconfessabile: “Papà è morto per colpa nostra”. Un’ammissione che getta luce sulle dinamiche generazionali, dove la dabbenaggine dei rampolli (le “spacconate” dei ragazzini che si puntavano a vicenda) ha avuto conseguenze letali, scatenando la reazione degli Strisciuglio che, per “alzare il livello”, hanno deciso di colpire il vertice della famiglia rivale.
L’effetto social e il brindisi in carcere
La narrazione di questa faida, come hanno sottolineato gli investigatori, non si consuma solo nei vicoli di Bari vecchia o nelle piazze di Carbonara, ma anche sui muri digitali di TikTok e Instagram. Un uso distorto dei social, definito dagli inquirenti come una sorta di “Instagram collettivo” a potenzialità devastante, capace di amplificare il vuoto esistenziale e trasformare una pistola cromata in un semplice accessorio da esibire per status. Lo conferma, in negativo, anche la reazione dietro le sbarre dopo l’omicidio di Filippo Scavo: mentre nella sezione del carcere che ospita i sodali degli Strisciuglio si rovesciava un biliardino per il lutto, i detenuti riconducibili ai Capriati festeggiavano il “piatto freddo” della vendetta brindando e postando foto sui profili social, dimostrando come la guerra, anche quando si è in gabbia, si combatta senza tregua.




